“Il gattopardo”

Nell’ambito della 5° Edizione del Festival
 
INSUBRIA, TERRA D’EUROPA
Ripensare il risorgimento a 150 anni dall’unità d’Italia
 
Venerdi 13 Maggio 2011 – Ore 21.00
 
Proiezione del film
 
“IL GATTOPARDO” di Luchino Visconti
 
Introduzione e commento a cura di:
 
Massimo Bertarelli (il Giornale)
Paolo Mathlouthi (Terra Insubre)
 
SALA MONTANARI (EX CINEMA RIVOLI)
 
Quando nel 1956, dopo un duplice rifiuto opposto all’autore prima da Einaudi e poi da Mondadori, Giangiacomo Feltrinelli decise inaspettatamente di pubblicare “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, impreziosito da una densa e partecipata prefazione di Giorgio Bassani, che di quest’opera controversa era stato lo scopritore, l’intellighentia engagée dell’epoca insorse, intravedendo nell’elogio dell’immobilità che della narrazione è il perno nodale le tracce di una mentalità conservatrice – se non perfino reazionaria – ritenuta pericolosa in quanto estranea, nella sua antimodernità, al sentimento del tempo e, con esso, ai parametri estetici di quella cultura d’avanguardia che celebrava il trionfo del destrutturalismo artistico, in qualsivoglia accezione declinato.
Alla querelle prese parte anche il regista Luchino Visconti che dal romanzo trasse la materia per l’omonimo e celeberrimo film, insignito della palma d’oro al Festival del Cinema di Cannes del 1963 e considerato, forse non a torto, il suo capolavoro supremo.
  Nel caso de “Il Gattopardo”, ci si trova, con ogni evidenza, al cospetto di uno dei rarissimi esempi nella storia del cinema di film tratto da un’opera letteraria d’ampio respiro che non solo non presta il fianco a banalità e semplificazioni dettate da esigenze di copione, come troppo spesso accade, ma anzi si rivela, alla prova dei fatti, più coinvolgente e meglio articolato rispetto al romanzo stesso dal quale prende le mosse.  
 A latere del convegno sul centocinquantesimo dell’unità organizzato a Ville Ponti, ci sembra doveroso rileggere questo film che riveste un ruolo centrale nel percorso artistico del regista  non solo perché segna il definitivo abbandono delle giovanili suggestioni neorealiste, con il conseguente approdo ad una dimensione estetizzante della cinematografia che gli alienò le simpatie della critica politicamente corretta, ma anche, e forse soprattutto, perché Visconti dimostra di aver colto pienamente, in forza di una sostanziale condivisione dell’orizzonte valoriale in cui s’inscrive la vicenda narrata da Tomasi di Lampedusa, il carattere fieramente aristocratico e smaccatamente antirisorgimentale del libro, la qual cosa fa si che il film riveli il proprio punto di forza, il nucleo centrale della propria cifra stilistica, nella sua irriducibile inattualità o, se lo si preferisce, nell’incapacità di misurarsi con il presente e le sue mode intellettuali stucchevoli ed effimere, perché ad esse essenzialmente estraneo.
 
Visita il programma completo del Festival su:
 
www.insubriaterradeuropa.net

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