Il fiume di Milano

Una bella canzone di G.Gaber dedicata simbolicamente a Milano recita…com’è bella la città, com’è grande la città, di gente che lavora, di gente che produce…note condivisibili (e, in questo periodo, auspicabili). Tutto questo positivismo ha però senso e sostenibilità se dietro c’è il bosco e la rugiada (la fotosintesi, il bios in termini tecnici), se alle quinte ci sono i monti, magari innevati e per essi i fiumi, magari puliti.
Quando il termine ecologia non era ancora coniato e l’ultima lontra abbandonava elegiacamente un habitat, ormai diventato – secondo un disegno irresponsabile più che preterintenzionale – un deposito di organo-clorurati, annotavo gli scarichi che deturpavano il mio fiume, le aziende che se ne servivano come pattumiera industriale e gli argini impropri che cancellavano un paesaggio indescrivibile e forse incomprensibile a chi non l’ha vissuto. Poi mi resi conto che il degrado (morale e materiale) è fattore dinamico, in rapporto spesso esponenziale al modello di sviluppo e assai più subdolo e complesso di quanto possa a prima vista apparire.
Milano allora esportava verso quelle sorgenti e quei colli (in Brianza) le “ville di delizia”, ora esporta uno squallido paesaggio sub-metropolitano, del fiume lucente restano gli effluvi cloacali, dei salici riversi e dei boschi di alneta un tappeto esotico di humulus scandens a coprire, pietosamente, cementi o lapidi trapezoidali, – incomunicabili al caos deterministico dell’ambiente lotico – dei silenzi, il rombo delle tangenziali, alla fine e al più, un’acqua abiotica, spenta.
Salvare un fiume non è come intervenire su di un canale; anche i Navigli hanno la loro storia, la loro economia, la loro funzione e la loro poesia, ma sono acque passive che necessitano di una fonte e una dinamica primaria, quella che sta solo nel ciclo e nell’energia cosmica dell’acqua e che oggi è gravemente minacciata di destabilizzazione.
A quel ciclo (naturale) il Lambro va riconsegnato, sollevandolo non solo dai tensioattivi o dai sublimati industriali di turno, ma da tutte le nefandezze, sperequazioni, abusi, corruzioni, incompetenze quotidiane che lo affliggono. Un disamore che nasce dalla disconoscenza e da una miope visione urbanistico-strumentale che cancellerà, per sempre, quelle linfe e quell’ambiente dall’elenco delle risorse primarie di una terra modellata e dissetata dalle stesse fonti che avrebbero fornito l’energia per lo sviluppo e la cognizione, e che sono invece adusate alla misconoscenza e alla cultura del vilipendio.
L.Erba

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