L’italia non merita di essere salvata

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I ‘grandi comunicatori’, i professionisti delle promesse e dell’ottimismo a 24 carati possono funzionare in tempi normali perché di rilancio in rilancio, come al poker, il loro bluff non viene mai “visto”. In situazioni drammatiche, dove contano i fatti e non le parole, la cosa non funziona più. Mussolini era un uomo di questa fatta (in parte, perché, in pace, fece anche delle ottime cose), ma quando entrò in guerra si scoprì che l’Italia, a differenza della Germania, vi era completamente impreparata e non bastarono gli slogan (“spezzeremo le reni alla Grecia”, “fermeremo gli americani sul bagnasciuga”) per evitarci la più umiliante delle sconfitte e una guerra civile. Berlusconi con le sue promesse e i suoi bluff è riuscito a ingannare gli italiani per diciassette anni pur non avendo fatto, a differenza di Mussolini, nulla di notevole. E per diciassette anni gli è andata bene. Adesso, in una situazione di crisi economica drammatica, ha cercato, con la sua ridicola ‘lettera di intenti’, di ripetere il giochetto con gli europei sperando di farla franca anche con loro. Ma i fatti, in questo caso i mercati, gli han dato la risposta brutale che si meritava e con lui l’Italia che gli ha creduto e anche quella che non gli ha creduto ma non è stata capace di fermarlo. Berlusconi però non è che la ciliegiona marcia su una torta marcia. Nella crisi attuale, che è planetaria ed è dovuta alla cocciuta cecità delle leadership mondiali che si ostinano a inseguire il mito della crescita quando crescere non si può più, la particolare debolezza dell’Italia è data, com’è noto, dall’enorme debito pubblico. Questo debito è stato accumulato soprattutto negli Oottanta, gli anni della ‘Milano da bere’ (per la verità bevevano solo i socialisti), della triade dei santi e martiri Craxi-Andreotti-Forlani quando, per motivi clientelari, di conquista del consenso si elargivano a pioggia pensioni di vecchiaia fasulle, pensioni di invalidità false, pensioni baby, pensioni d’oro. Inoltre dalla metà degli anni settanta c’è stata la cassa integrazione a tempo indeterminato, che è la forma che l’assistenzialismo ha assunto al Nord. Quando il mercato tirava l’imprenditore si gonfiava di operai, quando si restringeva li metteva in cassa integrazione, accollandoli alla collettività. Si chiamava “privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite”. In quanto agli operai mi ricordo di aver fatto nel 1974 un servizio, per L’Europeo, sulla prima cassa integrazione, alla Fiat di Torino. Parlando con gli operai mi accorsi che, dietro i piagnistei di prammatica, tutto volevano tranne che tornare al lavoro. E chi glielo faceva fare? Prendevano il 90% del salario e il 10% che mancava era compensato dal non doversi pagare gli spostamenti. Oltretutto in Piemonte erano quasi tutti ‘barotti’, operai-contadini, cui non pareva vero di poter curare i loro campi senza la rogna di dover andare in fabbrica. Nel frattempo i partiti taglieggiavano e rubavano a redini basse. Giuliano Cazzola ha calcolato che la prima Tangentopoli ci è costata 630 mila miliardi di vecchie lire, circa un quarto del debito pubblico. E il calcolo si basa solo sulle sentenze arrivate a giudizio definitivo che rappresentano, come per ogni reato, un decimo degli illeciti commessi. Poteva essere una lezione salutare. E invece nel giro di pochi anni abbiamo visto i giudici diventare veri colpevoli e i ladri le vittime, giudici dei loro giudici. E tutto è continuato peggio di prima. Può un Paese del genere salvarsi? Può darsi. Ma, nonostante le eiaculazioni senili di Napolitano sul Milite Ignoto, non lo merita.

Massimo Fini

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