Coraggio Ungheria!


C’è qualcosa di strano che si agita alle frontiere orientali di un’Unione Europea sempre più impelagata nella “Crisi del Secolo”. Un’ombra che spaventa le alte burocrazie di Bruxelles e mette in agitazione l’intero apparato della stampa continentale. Grandi manifestazioni di protesta si susseguono a continue stilettate nei suoi confronti, ma lui, l’uomo del momento, non sembra assolutamente intenzionato a cedere di un passo.

L’oggetto, o meglio, il soggetto del contendere è Viktor Orbán, premier ungherese tra il 1998 e il 2002 e nuovamente eletto a capo della nazione magiara nel 2010. Le migliaia di oppositori politici scesi in piazza per protestare contro il suo governo lo chiamano non troppo affettuosamente “Viktator”, e anche il portavoce della Commissione Europea, Olivier Bailly, fino a qualche giorno fa si chiedeva con inquietudine se “in Ungheria ci sia una democrazia o una dittatura”. Eppure un partito che stravince le elezioni politiche con una maggioranza come quella ottenuta dal partito di Orbán, il Fidesz (Unione Civica Ungherese: 52,73% dei voti pari a 263 seggi conquistati sui 386 dell’intero Parlamento) non dovrebbe avere bisogno di un ulteriore timbro di democraticità per poter procedere a cambiamenti sostanziali. Soprattutto se, come nel caso dell’Ungheria, il controllo dei due terzi del Parlamento permette alla coalizione che li ottiene di riformare la costituzione in totale autonomia, senza dover scendere a compromessi con l’opposizione.

Viktor Orbán
Cos’è, allora, che spaventa realmente i piani alti dei palazzi comunitari?

Il 19 aprile 2011 il Parlamento ungherese ha approvato con 262 voti un nuovo testo costituzionale, ponendo fine a una sorta di stasi riformatrice che perdurava dalla fine del regime socialista. L’Ungheria, infatti, è stata il primo paese emancipatosi dal blocco sovietico ad indire elezioni libere e democratiche (25 marzo – 9 aprile 1990) ma è rimasta anche l’unico stato a non adottare una nuova costituzione, mantenendo quella vecchia risalente al 1949. Una serie di sostanziali modifiche sono state apportate al testo originario a partire dal 1989, ma questi cambiamenti sono sempre stati accettati malvolentieri dalla popolazione magiara perché figli di un continuo compromesso tra i residui dell’ancien régime e un parlamento non democraticamente eletto (all’epoca formato da soli socialisti).

I propositi riformatori non sono mai mancati (anche nel preambolo della vecchia costituzione si diceva che questa sarebbe rimasta in vita “fino all’adozione di una nuova”). Ciò che è costantemente venuto meno è stato l’accordo sui contenuti del nuovo testo: dopo svariati progetti in gran parte abortiti, è giunta assai inaspettata la roboante vittoria della coalizione tra Fidesz – Magyar Polgári Szövetség (Unione Civica Ungherese) e KDNP (Partito Cristiano Democratico) alle elezioni dell’aprile 2010.

Il nuovo governo, guidato da Viktor Orbán, ha puntato subito a sfruttare la conquista dei due terzi dei seggi parlamentari per abrogare la costituzione precedente e adottarne una nuova, nonostante il rifiuto delle opposizioni di partecipare al dibattito. Davanti alle crescenti proteste dei suoi avversari, il Premier ha deciso di compensare la mancanza di un confronto parlamentare con l’ideazione di quella che è stata definita una “consultazione nazionale”. Per coinvolgere direttamente la popolazione, è stato inviato un questionario a tutti gli elettori ungheresi, chiamati a dire la propria su una serie di questioni costituzionali selezionate dal governo (quali, ad esempio, l’ergastolo effettivo e i diritti degli ungheresi all’estero). Circa il 10% dell’elettorato (920.000 persone) ha risposto e i risultati di questo confronto diretto hanno avuto un effetto determinante sulla redazione del nuovo testo, modificandone radicalmente l’assetto in alcuni punti nevralgici.

Il presidente della Repubblica Pál Schmitt ha apposto in maniera definitva la propria firma alla Costituzione nel giorno di Pasquetta (25 aprile): data non causale, considerato che questa riforma, nei progetti dei suoi autori, doveva simboleggiare la rinascita dell’intero Paese.

Quali sono i contenuti della nuova Costituzione?

Il testo si compone di 105 articoli e sin dal Preambolo s’intuisce come essa incardini i valori fondanti del partito di governo. Il riferimento al Cristianesimo è costante e forte (“Riconosciamo il ruolo del cristianesimo nella preservazione della nazione. Rispettiamo le tradizioni religiose diverse presenti nel nostro paese”), come non meno “pesante” è l’esplicito richiamo alla tutela del nascituro che emerge dall’articolo II (“La vita del feto è protetta dal momento del concepimento”). L’articolo L descrive il matrimonio come “l’unione tra un uomo e una donna” e conferma il ruolo centrale della famiglia quale “base per la sopravvivenza della nazione”.

Muta la denominazione ufficiale del paese, che diventa “Ungheria” rispetto alla dizione originaria di “Repubblica Ungherese”: elemento molto contestato ma di rilevanza puramente formale, in quanto la forma di stato e quella di governo non cambiano.

Numerose altre novità sono rintracciabili nell’ambito dei diritti e dei doveri. Il riferimento all’ergastolo effettivo senza possibilità di sconti diventa esplicito all’articolo IV, per reati caratterizzati da violenza e dolo. L’articolo XV rielabora il principio di uguaglianza inserendo come categoria anche la disabilità ed estendendo il dovere di protezione statale anche agli anziani. La tutela di quest’ultimi (ma non solo) si ritrova poi nell’articolo XIV, il quale statuisce che “i figli maggiorenni sono tenuti a prendersi cura di genitori bisognosi”.

Il terzo comma dell’articolo XIX modifica la formulazione dei diritti sociali (“La legge può determinare la natura e la misura dei provvedimenti sociali adeguandoli all’utilità per la comunità delle attività della persona”) e l’articolo XII connette il “diritto al lavoro” con il “dovere di contribuire alla crescita della comunità con attività lavorative secondo le proprie capacità e possibilità”.

Andando a incidere anche sul sistema di giustizia costituzionale, il nuovo testo limita l’accesso alla Corte Suprema, eliminando l’actio popularis con il quale chiunque in precedenza poteva adire alla Corte contro qualsiasi provvedimento egli ritenesse contrario alla Costituzione. Al contempo, il controllo preventivo di una legge potrà essere chiesto anche dal Parlamento, mentre fino ad ora questa facoltà era prerogativa del Presidente della Repubblica. Il controllo astratto successivo sull’atto, invece, potrà essere esercitato solo su richiesta del governo o di un quarto dei membri del Parlamento.

Il quarto comma dell’articolo 37 impedisce inoltre il controllo di costituzionalità sulla legge finanziaria e sulle leggi tributarie da parte della Suprema Corte, nel caso in cui il debito statale risulti essere superiore alla metà del PIL. Viene fatta salta, però, la possibilità di dichiarare incostituzionali tali provvedimenti qualora siano accertate violazioni dei diritti fondamentali (vita, dignità umana, libertà di pensiero, di coscienza, di religione etc.).

Tuttavia, ciò che più turba i sonni dei “burocrati” di Bruxelles è la riforma della Banca Centrale Ungherese, arrivata alla fine di dicembre in seguito all’approvazione di una serie di leggi organiche. Accentuando l’influenza politica su un’istituzione non elettiva, il governo ungherese ha deciso che la Banca Centrale potrà avere fino a tre vicegovernatori la cui nomina non dipenderà dal presidente della stessa. Inoltre, al suo interno, ben nove saranno membri (in maggioranza di nomina parlamentare o governativa) che andranno a comporre il Consiglio monetario, organo cui spettano le decisioni sulla politica dei tassi d’interesse. In questo modo, la Banca centrale ungherese sostanzialmente viene svincolata dal controllo della Banca Centrale Europea e finisce sotto la longa manus dell’esecutivo.

I negoziati che l’Ungheria stava portando faticosamente avanti con il Fondo Monetario Internazionale e con l’Unione Europea e che puntavano della creazione di una rete di protezione delle finanze magiare dalle ondate speculative, sono stati immediatamente interrotti. Puntale è arrivato il declassamento dei titoli di Stato ungheresi, che l’agenzia di rating Fitch ha etichettato come “spazzatura” allineandosi così alla bocciatura già espressa da Moody’s e Standard&Poor’s.

Il rischio di default del Paese aumenta sempre di più e il governo ungherese appare deciso ad onorare i suoi impegni nel breve periodo facendo ricorso a misure drastiche, come la nazionalizzazione di vari fondi pensionistici e un’imposta speciale sui profitti delle banche. Ma questa ha tutta l’aria di essere una cura palliativa: l’eventuale bancarotta ungherese trascinerebbe nel fango l’intero sistema europeo, dando il colpo di grazia alla già disastrata moneta unica. Importanti istituti di credito svizzeri, austriaci e italiani risultano tra i creditori di Budapest e Viktor Orbán sa di avere in mano le sorti di un continente.

“Non ci siamo sottomessi a Vienna nel 1848, ci siamo sollevati a Mosca nel 1956 e nel 1990 e oggi non permetteremo a Bruxelles di decidere per noi”, ha detto qualche giorno fa il Premier inaugurando una mostra alla Galleria di Budapest. L’orgoglio ungherese sembra essere un piatto assai indigesto da servire negli eleganti ed ovattati ristoranti della capitale belga.

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