BOSSI A UN PASSO DAL MOLLARE


Stefano Stefani nuovo tesoriere della Lega e Umberto Bossi dimissionario: queste le decisioni che potrebbero uscire dal Consiglio federale convocato alle 16 in via Bellerio. La prima notizia è praticamente certa, sulla seconda ci sono ancora dei dubbi, ma le pressioni sul capo sarebbero sempre più forti. Se dovesse decidere per lasciare, si parla di un triunvirato – Maroni, Calderoli, Giorgetti – destinato a portare il Carroccio al nuovo Congresso federale.

Intanto le intercettazioni parlano chiaro sulla deriva della Lega. A febbraio Nadia Degrada, responsabile dei gadget della Lega, parla con Francesco Belsito prima di un incontro con Bossi: «Gli dici (a Bossi, ndr): capo, guarda che è meglio sia ben chiaro: se queste persone mettono mano ai conti del Federale, vedono quelle che sono le spese di tua moglie, dei tuoi figli, e a questo punto salta la Lega (…). Papale papale glielo devi dire: ragazzi, forse non avete capito che, se io parlo, voi finite in manette o con i forconi appesi alla Lega».
L’elenco che i due riassumono al telefono poco prima di mezzogiorno del 26 febbraio (e che viene riassunto dai carabinieri) comprende «i costi di tre lauree pagate con i soldi della Lega», «i soldi per il diploma (Renzo Bossi)»; «i 670.000 euro per il 2011 e Nadia dice che non ha giustificativi, oltre ad altre somme ingenti per gli altri anni»; «le autovetture affittate per Riccardo Bossi, tra cui una Porsche»; «i costi per pagare i decreti ingiuntivi di Riccardo Bossi»; «le fatture pagate per l’avvocato di Riccardo Bossi»; «altre spese pagate anche ai tempi del precedente tesoriere Balocchi»; «una casa in affitto pagata a Brescia»; «i 300.000 euro destinati alla scuola Bosina di Varese per Manuela Marrone (moglie di Bossi, ndr), che Belsito non sa come giustificare, presi nel 2011 per far fare loro un mutuo e che lui ha da parte in una cassetta di sicurezza». In altre telefonate la lista si allunga con «l’ultima macchina del Principe (il Trota, n.d.r.), 50.000 euro… e certo che c’ho la fattura!». Oppure con «i costi liquidi dei ragazzi di Renzo» (probabilmente gli uomini di scorta), che Belsito ricorda in «151.000» euro ma Dagrada corregge in «no, un momento, 251mila euro sono i ragazzi, ma sono fuori gli alberghi, che non ti riesco a scindere quando girano con lui, mi entrano nel cumulo e riprendere tutte le fatture è impossibile». Poi c’è la casa di Gemonio, e più precisamente «i soldi ancora da dare per le ristrutturazioni del terrazzo»: «Che io sappia, pare che siano 5-6.000 euro», ridimensiona Belsito alla Dagrada, che teme invece la somma sia molto più alta anche a causa di minacce di azioni legali dai fornitori, e che sprona Belsito: «Gli devi dire poi: capo, c’è da aggiungere l’auto di tuo figlio».

Un fiume di denaro sottratto dalla casse della Lega e che va anche in direzione del Sin.Pa, il sindacato padano di Rosi Mauro: tra i 200 e i 300 mila euro. Prendono così ‘corpo’, negli atti dell’inchiesta che vede indagato per appropriazione indebita e truffa l’ex tesoriere del Carroccio Francesco Belsito, quei «costi della famiglia» e quelle distrazioni di parte dei fondi del partito, utilizzati per le «spese personali» delle persone più vicine al leader. Insomma, una situazione delicata che dovrà essere affrontata dal nuovo tesoriere, la cui nomina è prevista oggi pomeriggio dal Consiglio federale. La scelta pare cadrà su un esponente della vecchia guardia. Ma non si tratterebbe di nessuno dei componenti, insieme a Belsito, del comitato amministrativo federale, vale a dire Roberto Castelli e Piergiorgio Stiffoni. Si è parlato anche di Silvana Camaroli, deputato di Cremona e tesoriere del gruppo alla Camera, ma i nomi più probabili sono quelli del bresciano Bruno Caparini (foto sopra), componente del consiglio di sorveglianza di A2A, e del vicentino Stefano Stefani (foto sotto), presidente della Commissione Esteri della Camera e in passato a lungo presidente federale. A stamattina l’ipotesi quasi certa è quella di Stefani, il quale dovrà cominciare a ricostruire quanti soldi possiede la Lega e dove sono stati collocati, si troverà a dover “normalizzare” un vero ginepraio, dove le sorprese potrebbero essere ancora molte. Tra le quali anche l’oscura vicenda di una eredità lasciata al segretario federale della Lega: un appartamento a Milano della defunta signora Caterina Truffelli che avrebbe dovuto essere utilizzato per il partito e che invece è stato venduto per 480 mila euro. Fin qui tutto regolare, se non fosse che i soldi sarebbero stati utilizzati per l’acquisto nella cascina nel Varesotto dove Roberto Libertà esercita le sue doti di agronomo. E adesso pare che i parenti della defunta Truffelli abbiano presentato una denuncia per uso distorto dell’eredità della congiunta: tutto ruota intorno al reale contenuto del testamento, se cioè la signora Caterina ha lasciato all’alloggio a Umberto Bossi come persona fisica o come segretario federale pro tempore della Lega Nord. La differenza non è da poco.

Oggi, in vista del Consiglio Federale, si fa anche insistente la voce che Bossi potrebbe presentarsi dimissionario, ormai messo all’angolo e troppo a lungo strenuo difensore di Belsito che potrebbe invece essere espulso. La cacciata dell’ex tesoriere sarebbe la sconfessione totale dell’operato di Bossi, che ormai non sembra più in grado di controllare nulla. E viene descritto dalla intercettazioni come uno che ormai “si caga sotto” facilmente ed è altrettanto facilmente ricattabile per via dei soldi finiti alla famiglia. Anche se pare che lui sapesse poco o nulla, mentre ieri i colonnelli gli avrebbero sbattuto in faccia, grazie anche ai testi delle intercettazioni, che purtroppo è tutto vero. E in particolare Roberto Calderoli avrebbe avuto un pesante scazzo col capo sul curriculum di studio del Trota: Bossi si sarebbe ostinato a difendere Renzo e a dire che è bravo e vicino alla laurea e allora il bergamasco sarebbe sbottato, dicendo più o meno: “Smettiamola con questa storia, lo sanno tutti che è tutto falso, che sono stati spesi quasi 300 mila euro per il diploma e per le lauree che dovrà esibire”.

Intanto, c’è anche la «gestione complessiva» dei soldi confluiti nelle casse della Lega negli ultimi 7-8 anni (tra rimborsi elettorali e altri tipi di contributi versati da militanti o da imprese sottoforma di finanziamenti) al centro delle indagini della Procura di Milano. Obiettivo degli accertamenti è capire in che modo siano state contabilizzate le spese del partito nei rendiconti presentati annualmente alla Camera. Al momento, infatti, per l’accusa c’è già la «prova» della «falsità» almeno in relazione al bilancio 2010. Mentre dall’inchiesta finora è emersa una serie di «esborsi» usati per coprire non i costi del partito e della sua politica, ma quelli della «famiglia» di Bossi e anche di Rosi Mauro. Tra questi, versamenti per oltre mezzo milione di euro, come si evince da alcune intercettazioni tra Belsito e Nadia Dagrada, dirigente amministrativa della sede di via Bellerio: più di 200 mila euro per i «ragazzi» del ‘capo’ e tra 200 e 300 mila euro ‘girati’ al Sinpa. È per cercare di ricostruire come Belsito abbia agito sui bilanci della Lega, presentando poi, secondo l’accusa, rendiconti «irregolari» per nascondere la fuoriuscita «in nero» di certe somme, che oggi i pm Pellicano e Filippini, titolari del ‘filone’ milanese assieme all’aggiunto Robledo, hanno ascoltato come teste proprio Dagrada, responsabile anche del settore gadget, uno dei settori che porta introiti nelle casse della Lega.

Ieri, invece, gli inquirenti avevano sentito a verbale Daniela Cantamessa, una delle segretarie personali di Bossi, che oggi è stata riconvocata in Procura a Milano per deporre stavolta davanti ai pm di Napoli e Reggio Calabria. Davanti al pm della Dda reggina, Giuseppe Lombardo, e ai magistrati Robledo e Pellicano si è seduto poi a metà pomeriggio Paolo Scala, uomo d’affari e personaggio centrale delle tre inchieste, perchè indagato per riciclaggio a Napoli e in Calabria e per appropriazione indebita a Milano. Era lui, come ricostruito negli atti, «il promotore finanziario di fiducia del gruppo Bonet (gestito da Stefano Bonet, altro presunto faccendiere indagato, ndr)» che operò «sui mercati esteri» per conto di Belsito, gestendo «articolate operazioni finanziarie» in «territorio cipriota». E poi «in concorso con Bonet» avrebbe anche effettuato i trasferimenti in Tanzania. Un’appropriazione indebita per gli inquirenti milanesi da circa 6 milioni di euro, ma anche un’operazione di riciclaggio per gli investigatori reggini, i quali, da quanto si è saputo, vogliono anche capire se i conti e i fondi esteri sui quali Belsito e i due uomini d’affari facevano movimentazioni potessero contenere assieme soldi del patrimonio del Carroccio e denaro sporco di personaggi legati alla ‘ndrangheta. Da quanto si è appreso, Scala davanti al pm di Reggio si è difeso, anche se, come ha spiegato uno dei suoi legali, «il verbale è stato secretato e la sua posizione è molto delicata». Con i pm milanesi, invece, l’interrogatorio in pratica non c’è stato e quindi è certo che sarà convocato ancora. Tutti gli approfondimenti dei magistrati milanesi, però, ruotano attorno al ruolo di Belsito e ai suoi metodi per ‘truccarè, secondo l’accusa, i rendiconti nel quadro di una gestione «opaca» dei fondi del Carroccio sin «dal 2004». Pare che sul punto il contributo fornito alle indagini dalla segretaria di Bossi non abbia soddisfatto molto gli inquirenti. Mentre Dagrada – che in alcune telefonate intercettate dava l’idea di essere al corrente di ‘poste a bilancio’ sospette – avrebbe in sostanza spiegato di essersi limitata a registrare note spese e ricevute seguendo le direttive di Belsito. «Resterò fedele ai miei fino alla fine», ha detto ai cronisti lasciando il Palazzo di Giustizia. Da quanto filtra da ambienti investigativi, gli inquirenti si stanno concentrando al momento non tanto su quanto è stato distratto dai fondi della Lega come «spese personali» – si passerebbe dalla ristrutturazione della casa a Gemonio fino a versamenti per la moglie di Bossi e al pagamento di una macchina per Renzo ‘Il Trota’ – ma sul «meccanismo complessivo di gestione» del denaro, in parte pubblico (circa l’80%) in parte versato da militanti e privati o ottenuto dalla vendita di gadget (circa il 20%).

Una mano alle indagini potrebbero darla i documenti, definiti «utili» dagli investigatori, sequestrati nella cassetta di sicurezza di Belsito a Roma. A rivelare agli inquirenti l’esistenza di quella cassaforte, in un ufficio della Camera dei Deputati, sarebbe stata Tiziana Vivian che è stata stretta collaboratrice di Belsito, sentita oggi a Milano dal pm napoltano Francesco Curcio.

Fonte: http://www.lindipendenza.com

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