Lega, 20 anni di vuoto. Ma è la coscienza che rende indipendenti.

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Di Gilberto Oneto

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Lega risponde alla storiaccia ghanese di Milano con una gazebata per contrastare clandestinità e jus soli. Cosa ci sarà sui 500 tavolini annunciati in giro per la Lombardia? I fogli per l’ennesima raccolta di firme, forse qualche stinto gadgets (anche lì i bei tempi sono finiti) e poco altro. Ci saranno libri, depliand, documenti o seri volantini esplicativi sul doloroso fenomeno dell’immigrazione foresta? No. Solo la tristezza dei soliti slogan, delle “parole d’ordine” ormai un po’ stantie e qualunquiste contro gli irregolari ma – per carità – niente contro quelli “per bene, che lavorano”. Retorica “lavorista” del put che non ha dietro un ragionamento, uno studio, un’analisi. Niente. Niente non solo sull’immigrazione ma su qualsiasi altro argomento: la Lega non si è mai impegnata a fare ricerca, archivio, analisi e divulgazione furba. In tutti questi anni ha mandato in Parlamento, in Europa, nei Consigli regionali  parecchie centinaia di persone che hanno preso per questo loro “impegno” stipendi superiori di cinque volte a quelli dei professori universitari, dieci volte (almeno) superiori a quelli dei ricercatori. Cosa hanno prodotto questi signori?  Qualcuno di loro si è specializzato in qualche tematica sensibile, ha fatto studi, raccolto dossier, scritto articoli o libri? Nisba. I soli che hanno fatto qualcosa del genere (pochissimi: Miglio, Staglieno (scomparso ieri), Beggiato, Lembo e una manciatina d’altri) lo facevano già da prima di essere eletti ma sono stati tutti – guarda caso – cacciati via.  Si accettano scommesse sulla durata di Stefano Bruno Galli.

In un partito che dovrebbe avere come solo obiettivo l’indipendenza della Padania (vedesi Statuto), tutti gli sforzi dovrebbero essere dedicati a convincere la maggioranza dei padani a volere l’indipendenza e il solo modo civile, pacifico e democratico è di conquistarne il consenso attraverso l’informazione e il ragionamento. Per farlo bisogna produrre dati, notizie, numeri, statistiche e strumenti di discussione e conversione: bisogna ri-raccontare la storia, svelare porcate e menzogne, diffondere dati economici, cifre dello sfruttamento, raccogliere archivi di dati che servano a combattere la battaglia, che siano fabbriche di munizioni per la guerra di liberazione. Bisogna fare cultura e informazione. Bisogna che ci siano uomini che vi si dedicano con impegno, e chi può farlo meglio di gente che riceve ricchi stipendi per darsi a tempo pieno alla comune battaglia? E invece nessuno di questi pisquani ha mai fatto niente del genere perché nessuno glielo ha mai chiesto e perché gran parte di loro è stata scelta non già per preclare virtù intellettuali, ma  sulla base dell’abilità di far scivolare ben salivate slinguazzate sulle terga del potente di turno. I più intraprendenti hanno fatto di più nell’impegno  di tessuti mucosi.

Il risultato sono vent’anni di vuoto, di incapacità di affrontare con adeguati strumenti informativi gli argomenti di dibattito e di lotta politica. Il risultato sono i gazebi vuoti e i soliti due o tre che possono andare in televisione  solo grazie a personali doti di palcoscenico.

Per tornare alla vicenda dell’immigrazione: la Lega non ha mai affrontato il tema in maniera sistematica e scientifica raccogliendo dati ed elaborandoli. Non si è occupata di numeri, di statistiche sui costi, sulla criminalità, sul disagio prodotto: si è limitata allo spray. Solo il volonteroso  Pellegrin insiste nel raccontare ogni giorno su Radio Padania le malefatte degli immigrati: le sue trasmissioni potrebbero essere la base per un poderoso archivio di informazioni da usare in maniera intelligente. Un lavoro che dovrebbero fare gli eletti nelle istituzioni: gente cui però poco si addicono sia la parola “lavoro” che quella sconosciuta di “intelligenza”.

In questi giorni dibattiamo ancora una volta sulla necessità di costruire un serio movimento indipendentista e tutti si dicono concordi che non si debbano ripetere gli errori della Lega. Il maggiore di questi errori – prima ancora del nepotismo, prima della corruzione, prima del cadreghismo – è proprio questo amore per l’ignoranza, questa idiosincrasia per lo studio e la competenza, questa paura per la gente capace, per le iniziative virtuose, per l’applicazione sistematica nella conoscenza: il terrore bossiano (ma diffuso a macchia d’olio a tutti i livelli) dei coefficienti di intelligenza appena superiori a quelli di un babbuino. Prima ancora di ragionare su alchimie organizzative e su machiavelli programmatici, occorre che i rifondatori indipendentisti  riconoscano l’ineludibile valore delle capacità, della cultura e della conoscenza. Ha ragione Lombardi Cerri quando insiste sulla “dittatura del curriculum”, quando dice che chi non ha dimostrato nella sua vita capacità di qualche genere non possa aspirare a cariche e poteri perché farebbe solo danni. “La conoscenza vi renderà liberi”  dice il Vangelo e si può legittimamente interpretare anche come: “la conoscenza vi renderà indipendenti”.

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