SINISTRA E SECESSIONE: un piccolo stato è soprattutto a favore del popolo

image

A fronte della resistenza ad oltranza che una parte, non tutta, della Sinistra veneta, oppone sia al referendum, sorprendentemente e senza argomenti, sia all’indipendenza, come c’era da aspettarsi ma con argomenti assai deboli, è bene mettere alcune cose in chiaro.

L’opposizione al referendum è priva di argomenti, e dunque non necessita di contro-argomentazioni.

Lo Stato, in un processo di secolarizzazione tanto nefasto e pervicace, quanto, per fortuna, reversibile, e si legga Carlo Lottieri (Credere nello Stato?), è divenuto oggetto di fede cieca, perfino nelle sue incarnazioni assai poco credibili ed anzi leggermente demoniache, come l’Italia, e dunque il “credo quia absurdum”, massima variamente accettata o respinta da Cristianesimo e Buddismo, e probabilmente nata da una cattiva interpretazione di Tertulliano, ben si applica agli adepti del culto tricolore: ma se di un culto verso uno Stato, anzi lo Stato, si tratta, occorre preliminarmente avvertire tali fedeli che anche la Lombardia e il Veneto futuri (ahimè, vorrei dire) saranno Stati, e dunque, come la Storia insegna, se di divinità laiche si ha ancora bisogno, o divinità divine, ovvero vere, la gran madre Cibele è divenuta dolorosamente la Madonna, si sa.

Saliamo però dal piano dei tabù, conditi variamente di mistica e di totalitarismo (“Non vogliamo il referendum!” – ma ci diciamo “democratici”) a quello delle posizioni argomentabili, e dunque contro-argomentabili, oggetto di una possibile discussione.

“Non vogliamo l’indipendenza!”. E’ bene, da subito, chiarire che in qualche modo, nella storia italiana almeno, l’indipendentismo libertario, ben rappresentato dal giornale “L’indipendenza”, poi da parte di IV, da diversi altri movimenti e soprattutto teorici, dal limpido testo di Luca Schenato “Veneto è chi il Veneto fa”, è un’anomalia e una creazione recente.

L’indipendentismo si è da sempre legato in Italia, storicamente, ad una sinistra di varia estrazione, che non si è rassegnata al matrimonio d’interesse tra grande capitale (anche latifondistico) e monarchia sabauda, che proletarizza vergognosamente prima il Regno delle due Sicilie, poi l’ex Lombardo-Veneto, i quali reagiscono debitamente ma disordinatamente, prima con i Fasci Siciliani a partire dal 1891, e via con le stragi di Crispi, poi con il maggio di sangue del 1898 milanese, e giù con altro sangue, in un’orgia di eccessi tragici e ridicoli che comprende l’assalto con il cannone ad un convento di cappuccini da parte delle truppe di Bava Beccaris.

Quanta percentuale di indipendentismo, o desiderio di autonomia, vi era nei Fasci siciliani, piuttosto che nelle latenti (ma spesso esplose) ribellioni sarde, negli scritti di Tuveri e Asproni, grandi personaggi sardi, piuttosto che nei socialisti turatiani che diedero vita al maggio milanese?

La questione dell’indipendentismo sardo, fino ad oggi, si badi bene, è intimamente legata al socialismo, e fin da tempi remoti, da fine Settecento (prima che il socialismo nascesse come ideologia). Per tutto l’Ottocento, poi, le politiche sabaude andarono in direzione anticontadina, a partire dall’editto di Vittorio Emanuele I (che pure considero, per la sua feroce avversione a Napoleone, l’ultimo Savoia con qualche dignità), che nel 1820 abolì gli spazi agricoli e i terreni comuni, fondamento della società rurale sarda. Nel 1847 vi fu l’Unione Perfetta, con l’estensione del diritto sabaudo a tutto il territorio sardo. Fu l’inizio della meridionalizzazione della Sardegna. Per ritrovare qualche ricchezza, occorrerà aspettare l’Aga Khan e l’invenzione del turismo.

Non vi era forse una componente, e non piccola, di socialismo rivoluzionario nello stesso MIS, attivo in Sicilia dal 1943 al 1951, rappresentata soprattutto da Antonio Canepa, ucciso in un conflitto a fuoco con i Carabinieri a Randazzo il 17 giugno 1945, autore, con lo pseudonimo di Mario Turri, nel 1942, del pamphlet, di gran successo, “La Sicilia ai Siciliani!”, in cui egli si opponeva non solo all’Italia sabauda, ovviamente, ma anche all’indipendentismo dei grandi proprietari e dei mafiosi (alcuni, non tutti)?

Tra le vittime dell’espansione sabauda, lo sappiamo, non vi furono solo i federalisti alla Cattaneo, ma anche, e soprattutto, i mazziniani. Le pagine di Gramsci sul Risorgimento sono ancora illuminanti, ma sembra essere una luce che non viene accesa tra chi si professa erede di comunismo e socialismo. L’estremo abuso del popolo che lo sciagurato dominio sabaudo impose ed esercitò fu la prima guerra mondiale. Gli storici che ancora l’esaltano come “momento di formazione della coscienza nazionale”, dovrebbero, essi stessi, farsi un profondo esame di coscienza.

Per scendere nel presente: è forse un liberale classico Salmond, leader dello SNP? E’ forse liberale classica la base dell’indipendentismo catalano? Mi pare piuttosto che si inclini, per rimaner leggero, verso, diciamo così, la socialdemocrazia, con puntate nel comunismo.

Uno studio sistematico delle inclinazioni politiche dell’indipendentismo mondiale, mi azzardo a dire, mostrerebbe probabilmente il prevalere di un indipendentismo socialista.

E dunque, scendiamo nel presente. Luglio 2013. Appena lasciato Abano, un manifesto del PD Veneto.– Noi siamo la “somma”, e non la “divisione”–. Dice così. Contro l’indipendenza, immagino. Qualche giorno prima ad Abano avevo presentato plebiscito2013. Uscendo di casa però la locandina de “Il mattino” diceva: “Non trova lavoro, si uccide a 45 anni”. A quest’uomo, o questa donna, cari signori del PD, evidentemente i conti non tornavano più.

Ma finalmente, se questa catena di suicidi e di disastri economici non vi basta, vi formulo, molto modestamente, una piccola previsione, per quanto gli storici abbiano solo una sfera di cristallo che guarda nel passato, quella per il futuro non possono permettersela.

La Grecia, per ottenere 7 miliardi dalla UE, licenzierà 25.000 dipendenti pubblici. Economisti poco addentro alle dinamiche della Storia – tali licenziamenti di massa provocheranno pesanti disordini – auspicano per “salvare l’Italia”, il taglio del 10, o 15% dei dipendenti pubblici. Quando 500.000 dipendenti pubblici italiani– il bacino dei voti del PD, mi pare, dal momento che il socialismo si è manifestamente trasformato in difesa della rendita di posizione e del posto fisso – verranno licenziati, mettendo in crisi un milione e mezzo di persone, credo che qualche disordine avverrà anche qui.

Ma soprattutto credo fermamente una cosa. I tagli li subiranno, ANCHE NEL PUBBLICO, le Regioni considerate “ricche”, e dunque, i licenziamenti avverranno soprattutto in Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte, le quattro regioni che mantengono la baracca. Sono anche le regioni che hanno meno dipendenti pubblici. “Non vorremo mica punire il derelitto Sud?”, si dirà in Parlamento.

Cari Signore e Signori del PD, non vi chiedo di conoscere Gramsci, “il Risorgimento è una rivoluzione mancata” o quanto scriveva sugli eccidi di poveracci al Sud, o i suoi eredi, come Antonio Pigliaru, ma vi chiedo coerenza. Non scendete nelle piazze per i 25.000 dipendenti pubblici greci che hanno perso il posto? Dove è finito l’universalismo socialista? Quando licenzieranno i dipendenti pubblici veneti in misura assai maggiore di quelli del Meridione, scenderete in piazza? E contro chi? Contro i vostri stessi rappresentanti a Roma e a Bruxelles?

Mi dispiace per voi, ma se vi renderete consapevoli di questo, mi farà piacere: il Veneto indipendente, con le proprie risorse, risparmierà l’eccidio ANCHE dei dipendenti pubblici nel Veneto. Per cui evidentemente lottate, se no scendereste in piazza per i “proletari di tutto il mondo”, come diceva qualcuno che dovreste vagamente conoscere, Carlo Marx, il quale peraltro pensava all’estinzione futura dello Stato, e non al suo trionfo liberticida, che voi oggi omaggiate.

L’indipendenza del Veneto potrebbe consentire ai dipendenti pubblici veneti e del Veneto di continuare a vivere e risparmiare la miseria a migliaia di famiglie che da essi dipendono.

La lama della ghigliottina statalista e centralista sta per cadere sulle loro teste, dopo aver falcidiato il tessuto produttivo: perché il tessuto produttivo mantiene, esso SOLTANTO, il tessuto parassitario per natura dell’impiego pubblico, vi hanno insegnato il contrario, ma VI ASSICURO, lo Stato CONSUMA ricchezza, non la PRODUCE. Per ogni impresa privata che chiude si alza nel cielo una schiera di demoni che andrà a far la festa ai professori e ai burocrati, ai medici ospedalieri e agli infermieri, ai funzionari e agli impiegati pubblici. I morti privati divengono demoni distruttori dei pubblici ancor vivi.

Verranno sostituiti magari da immigrati che si accontenteranno di salari più bassi, molto più bassi, e la macchina centralistica dello Stato andrà avanti ancora un po’, prima della morte certa. Oppure proprio da partner privati, o da precari eterni ricattati odiosamente dal sistema pubblico che li ha creati.

Pensate a tutto questo, Consiglieri regionali di sinistra, il giorno che voterete per il referendum.

Paolo L. Bernardini
Da
http://plebiscito2013.eu/sinistra-e-secessione-un-piccolo-stato-e-soprattutto-a-favore-del-popolo/

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...