Milano, Via Padova, lo sballo di notte Cinesi, egiziani e latinos tra droga, kebab e take away.

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Milano, 25 agosto 2013 – Corre d’obbligo fare una premessa: questo non è un posto per signorine, come dicevano i duri del Far West. E per il forestiero sprovveduto, la passeggiata notturna sul rettilineo di via Padova, col Rolex al braccio e l’aria svagata a guardare le stelle, rientrerebbe nella voce «strettamente sconsigliata» se via Padova fosse dotata di foglietto illustrativo. Eppure c’è anche tanto luogo comune a pesare sopra una strada certamente controversa: perché il vivacissimo mondo che si spalanca alle spalle di piazzale Loreto, in queste sere d’agosto di una città ancora mezza chiusa per ferie, se ci si sforza di non vederlo con l’occhio clinico del poliziotto è qualcosa di sicuramente unico e forse affascinante per chi ama il brivido cosmopolita, qualcosa che il neofita non può fare a meno di guardare con stupore e con un poco di paura. Qualcosa che, a Milano, nel male ma anche nel bene si trova solo in via Padova.
Quattro chilometri su per giù che arrivano dritti fino a Crescenzago, a fare da coordinate logistiche una rotonda e il ponte della ferrovia. Lì in mezzo, secondo un calcolo inevitabilmente spannometrico, vivono e convivono cinquanta Paesi pescati secondo le logiche indefinite dell’immigrazione selvaggia da quasi ogni angolo del pianeta: dall’America Latina all’Estremo Oriente, dall’Africa nera alle propaggini ex sovietiche della vecchia Europa. Nelle notti d’estate con ritmo frenetico, sono gli stranieri i padroni indiscussi di una movida che non ha nulla dei luccichii del Naviglio — per altro mezzo desertificato nelle due settimane cruciali che abbracciano il Ferragosto — mentre i clan etnici che non vanno in vacanza si mescolano davanti ai kebabbari e alle tavole fredde, ai ristoranti cinesi e ai mini market che qui — ce ne sono due — restano aperti e affollati fino all’una passata, rarità nella metropoli. Tra i banchi, conviviali contaminazioni di spumanti Asti e carni halal. Dei giorni degli aspri scontri etnici dopo l’omicidio del maghrebino Ahmed Abdel, solo vent’anni nel 2010 — ammazzato da un coetaneo peruviano davanti alla fermata del bus Padova-Chavez — non resta traccia almeno evidente, nella pur percepibile tensione strisciante tra i bicchieri che spesso annoverano il classico «di troppo». Fianco a fianco nella notte fonda illuminata dai locali tutti accesi, si radunano ucraini, cinesi, latini, egiziani, donne velate quasi integrali e scosciate da manuale per vocazione o professione, trans e pusher, contrabbandieri a cielo aperto di tutto ciò che si può contrabbandare — in primis le sigarette — e famigliole a sangue misto dotate di passeggino, ubriaconi con l’ennesima bottiglia in mano e biciclette, tantissime biciclette e tutte padrone della strada, così tante che, a volerci mettere un po’ di malizia, si potrebbe dire che il sogno ecologico della giunta arancione è proprio qui che trova la sua realizzazione più completa. Per necessità, probabilmente, più che per spirito ambientalista, dal momento che anche in questa Babele del tirare a campare — nella legalità o meno — i macchinoni se li possono permettere meno che in altri quartieri.
Di automobili ne passano, certo, ma dopo mezzanotte sono soprattutto le volanti di carabinieri, polizia e guardia di finanza: lente sentinelle a vigilare per lo più impotenti — la sproporzione di forze in campo nel gioco a guardie e ladri è, in tal caso in particolare, senza speranze — su questa varia umanità in libera uscita serale. I giardinetti che fanno angolo con via Mosso — quelli finiti nella bufera per «i cancelli di protezione» anti microcriminalità poi fatti levare da questa amministrazione — sono la quintessenza di un’istantanea notturna sul multimondo di via Padova. Certo tristemente famosi per lo spaccio sfacciato e compulsivo di più o meno qualsiasi cosa che si possa definire «droga», sono al tempo stesso un raduno variopinto di innocuissimi ragazzi e innocuissime famiglie. Come quella di un peruviano che ci si è trascinato moglie, figlioletti e borsa termica: pic nic improvvisato per sfuggire alla calura nelle panchine sotto i tigli. Tirando avanti fino a tardissimo. Vogliamo chiamarlo degrado? Sì, anche.
Senz’altro, da queste parti, non ci vanno per il sottile. Poche manciate di metri più a Sud, verso piazzale Loreto, le luci della discoteca italo romena da qualche sera non furoreggiano più. Colpa dell’ennesima rissa andata troppo oltre: cancelli chiusi fino a prossima data. E se torniamo a guardare la strada con l’occhio del poliziotto, conviene allargare le braccia: «Via Padova è una battaglia persa», ci spiega un agente. «Perché se volessimo fare sul serio, dovremmo praticamente militarizzarla. Setacciare ogni palazzo, ogni angolo, ogni centimetro. Accadde ai tempi della Moratti, ma poi la linea è cambiata, e noi facciamo quello che possiamo. Ma che cosa possiamo?». Questa, però, è tutta un’altra storia.
agnese.pini@ilgiorno.net

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