Estem Preparats!

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Seconda posizione, la battaglia per il Nord è soprattutto una battaglia in difesa della sua identità

Ira funesta di Gilberto Oneto contro L’Intraprendente: tra sfoghi contro il razzismo e celebrazioni di “bergamaschi nati in Nigeria”, vi state dimenticando che la battaglia per il Nord è soprattutto una battaglia in difesa della sua identità
di Gilberto Oneto

Fonte:

http://www.lintraprendente.it/2013/08/botta-indipendentista-doc-ci-accusa-siete-diventati-politicamente-corretti/

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Leggo lo Sfogo di indipendentista contro gli indipendentisti razzisti e per la prima volta mi capita di non essere completamente d’accordo con l’amico Marco Bassani. Ovviamente condivido sia la premessa («l’unico vero tema politico dei prossimi anni sarà l’indipendentismo») che la conclusione («un solo problema: l’Italia»), ma ho molte perplessità su alcune delle cose che dice in mezzo. Ho l’impressione che anche lui, come tantissimi altri, sia troppo condizionato dal tradimento leghista e finisca per condire di comprensibile rancore i suoi ragionamenti, confondendo quello che avrebbe dovuto fare la Lega (e che tutti speravano avrebbe fatto) con quello che ha effettivamente combinato. Da innamorato ingannato fa anche qualcosina di più: rubrica certi atteggiamenti e obiettivi come negativi solo perché la Lega fedifraga li ha traditi e sputtanati. Quali sarebbero le “offese intollerabili nei confronti dei nostri concittadini meridionali”? Le barzellette che si raccontavano nelle sezioni del Carroccio o le sacrosante considerazioni sullo sfruttamento, sui diversi livelli di partecipazione, sul generale ragionamento del chi dà e chi riceve nell’italico ambaradan? Ancora: perché criticare il progetto di favorire i residenti che è stato un proposito intelligente (forse per questo mai attuato) che dovrebbe essere riproposto con vigore?

Manifesto (1)Soprattutto non credo si possa affidare solo alla libera espressione della volontà la battaglia indipendentista. L’autodeterminazione è fondamentale ma resta uno sterile esercizio senza l’identità. A questo punto si inserisce un successivo intervento di Carlo Lottieri (altro amico di cui avevo fino a qui condiviso quasi tutte le opinioni) che, inneggiando alla firma di tal Tony Iwobi (che con linguaggio mooolto politicamente corretto definisce “bergamasco nato in Nigeria”) alla sottoscrizione di Color 44, si augura che lo spirito indipendentista coinvolga molti dei nuovi lombardi “alla Mario Balotelli”. Ciumbia! Questo eccesso di entusiasmo per la sicura conversione indipendentista di tanti immigrati, adottati, strolighi e calciatori ha forse origine nel “vecchio spirito lombardo” alla Ariberto («Chi emigra a Milano e sa lavorare diventa uomo libero»), che però si rivolgeva a gente che aveva gli stessi schemi culturali e morali. Quelli che arrivano adesso non hanno un lavoro (ovvero non sono utili alla comunità) e lo sottraggono ai nostri, arrivano da posti strani, non hanno grande voglia di diventare dei nostri e soprattutto sono troppi per diventarlo, per integrarsi. Un po’ di latte aggiunto allo yogurt diventa yogurt, troppo diventa solo cattivo latte.

Questi non arrivano solo perché “così va il mondo”, sono qui in base a un nefasto progetto politico: l’immigrazione prima meridionale e poi “extra” risponde a un preciso disegno di distruzione delle identità padane e perciò di ogni volontà indipendentista. È lo stesso trucco impiegato nel Sud Tirolo. È uno strumento degli italianisti per tenere insieme la loro patacca “una e indivisibile”. Qualche immigrato si è integrato ed è diventato dei nostri? Bene. La maggior parte però non lo fa: non lo hanno fatto legioni di meridionali che sono qui da decenni a fare gli sbirri, gli statali, i magggistrati, i mafiosi, i coloni dell’Italia e non gli passerà mai per la testa di diventare indipendentisti. Sono qui per italianizzare la Padania e ci stanno riuscendo. Gli “extra” sono qui per globalizzare, per completare il lavoro e distruggere definitivamente ogni identità. Il signor Huang non diventerà mai padano, figuriamoci indipendentista! Questi saranno indipendentisti solo se comanderanno loro, come i meridionali sono nazionalisti perché comandano loro.

Questo paese è “l’antico deposito di fatiche” di Cattaneo e appartiene a chi quelle fatiche le ha fatte e ai loro discendenti. Si salva solo se i suoi cittadini decideranno di salvarsi. Qualcuno si vorrà accodare? Potrà farlo se sarà davvero diventato come noi, se ci sarà posto e se lo vorremo. Ricordate Miglio: «Stare con chi si vuole e ci vuole». I baltici, quando hanno votato per la loro indipendenza, hanno concesso il diritto di voto solo a chi viveva lì nel 1945 e ai loro eredi. I russi mandati dopo per russificare quelle terre hanno dovuto restare a guardare. Se si vorranno balticizzare avranno tutto il tempo e le opportunità per farlo. Non è solo un problema di espressione di libertà, ma anche e soprattutto di identità, senza la quale si mette assieme al massimo un grande condominio ma certo non una comunità.

Tutto mi sarei aspettato tranne un Bassani e un Lottieri “politicamente corretti”. Per l’affetto che provo per loro, dimenticherò presto quel triste “nostro Paese” (riferito all’Italia) del primo e il rabbrividente e vendoliano riferimento all’immagine “rinnovata, aperta, liberale e universalistica” del secondo. Scusate, ma al benettoniano manifesto del “Veneto è chi il veneto fa”, preferisco sempre quello (copyright del Movimento Autonomista Valsesiano) della bambina che dice la sua sull’Italia. Secessione!

Le due posizioni! Sfogo di indipendentista contro gli indipendentisti razzisti

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L’efficacia dell’indipendentismo sta nella capacità di parlare ai territori reali, costituiti da milioni di individui con i cromosomi puri o meticci e un solo problema: lo Stato oppressore. Diversamente la “libertà”…
di Marco Bassani
Fonte:

http://www.lintraprendente.it/2013/08/sfogo-di-indipendentista-contro-gli-indipendentisti-razzisti/

Il grande, forse l’unico vero tema politico dei prossimi anni sarà l’indipendentismo. E il perché è abbastanza ovvio. Le entità politiche incontrollate e incontrollabili, essenzialmente irresponsabili e nate per produrre classi dirigenti che non rispondono a nessuno (che non sia un metafisico “popolo sovrano”), gli Stati nazionali, che rappresentavano l’orizzonte unico della riflessione politica sono entrate nella loro crisi risolutiva. Il coma è ormai irreversibile e si tratta solo di capire se troveremo una soluzione prima della distruzione dell’apparato produttivo oppure se l’accanimento terapeutico al capezzale degli Stati nazionali proseguirà fino all’annichilimento di ogni possibilità di produrre ricchezza.

È vero: nel nostro Paese il “vettore politico”, capace di interpretare un “blocco storico” alternativo non esiste. Partiti che semplicemente negano la crisi (PD e PdL) sembrano vivacchiare, un altro (M5S) che propone le fallimentari ricette del socialismo scandinavo degli anni Settanta ha ottenuto enormi successi alle scorse elezioni politiche. Di contro il partito che nell’ultimo quarto di secolo si era nutrito della crisi dello Stato nazionale (la Lega) è in via di estinzione, per manifesta incapacità di elaborare una qualunque proposta politica e di elaborare un progetto. Ma qui sta la differenza fra cronaca e storia. La cronaca politica non va necessariamente e in ogni momento nella stessa direzione della storia.

La disarticolazione degli Stati nazionali ha ormai caratteristiche tali di necessità e urgenza che vanno ben oltre le forze politiche e anche la consapevolezza delle popolazioni. Si tratta di una necessità che troverà le proprie vie e, nel nostro caso, verterà sulle regioni esistenti. Perché queste sono le uniche realtà istituzionali in grado di opporsi a Roma. Molti indipendentisti che incontro sono però convinti che i lombardi e i veneti di origine meridionale siano la quinta colonna dell’Italia e il vero tallone d’Achille. Nulla di più sbagliato. Chiunque si batta, in particolare in Veneto e in Lombardia, per una fuoriuscita dal sistema Italia, deve comprendere una cosa con chiarezza. Una proposta indipendentista ha senso solo se si rivolge a tutti gli abitanti del territorio. L’indipendenza non può essere la via per ricostruire un Veneto e una Lombardia simile a tre generazioni fa, con pochissimi immigrati dalle altre aree italiche e nessuno dal resto del mondo. Non può essere un’utopia regressiva in senso letterale, un ritorno ad un’età dell’oro che non è mai esistita e non illumina in alcun modo i problemi presenti.

BORGHEZIOL’errore fondamentale della Lega, che poi ha portato alla difesa dell’italianità delle banche, agli attacchi razzisti nei confronti degli extracomunitari e alle offese intollerabili nei confronti dei nostri concittadini meridionali, è stato quello di credere di poter rigenerare le comunità del Nord creando un gruppo di “meno uguali”. Le continue proposte di aprire i concorsi pubblici a chi risiedeva nella regione da almeno cinque anni (cavallo di battaglia della Lega quando non era irrilevante) erano etnicamente risibili – avrebbero dovuto chiedere i certificati di nascita dei quattro nonni, se fossero stati coerenti – eticamente intollerabili e politicamente suicide. Qualunque forma di razzismo e di divisione etnica non è soltanto inaccettabile, ma provoca contraccolpi devastanti dal punto di vista della strategia politica. Una comunità immaginata già come divisa, per il tramite di un progetto futuro di rigenerazione etnica, non potrà mai raggiungere un alto livello di coesione sulle questioni politiche cruciali.

Esistono limiti all’appartenenza? Direi di si. Alcuni individui si trovano su di un territorio per caso, non vedono l’ora di tornare a casa propria e non scommettono tutta la propria esistenza all’interno dei confini veneti o lombardi. Mi riferisco a certi insegnanti, impiegati delle poste, in breve agli statali in attesa di salire in graduatoria, che vivono Veneto e Lombardia come la loro personale “cattività babilonese”. Costoro sono già esclusi – e per scelta propria – dalle comunità di riferimento, non possono avere un’autentica “voce” sulla questione dell’indipendenza e vanno considerati ospiti a tutti gli effetti. Chi, al contrario, ripone tutte le proprie speranze nei confronti del futuro in un determinato territorio fa parte a pieno titolo della comunità e deve essere considerato a tutti gli effetti come facente parte del gruppo dei liberi ed eguali che deve decidere del proprio futuro. In questo senso esiste uno ius soli cogente, assoluto e volontario: veneto è chi ama il Veneto e lo vuole libero e prospero, e non soltanto i discendenti degli sconfitti di Campoformido. Lombardia e Veneto fondano le proprie pretese sulle vessazioni di oggi e queste riguardano tutti. Lepore non subisce meno espropri di Brambilla, Huang è venuto qui per dare un futuro di benessere a sé e alla sua famiglia e non per finanziare i forestali calabresi. Tutta la storia della Lega, fatta sì di tanta generosità iniziale, ma anche di volgarità, doppiezza politica e messaggi imbarazzanti, sembra costruita ad arte per fare di Lepore e Huang dei nemici e quindi rendere la via della libertà autenticamente impraticabile.

L’efficacia delle prospettive politiche indipendentiste parte dalla capacità di parlare al Veneto e alla Lombardia reali, costituite da milioni di individui con tutte le loro storie personali e i loro cromosomi puri o meticci e un solo problema: l’Italia.

La commozione di Beltraminelli e la voce rotta dall’emozione di Norman Gobbi

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I funerali di Michele Barra. ASCONA – Piove su Ascona. E quelle gocce sembrano lacrime cadute dal cielo. Piangono Michele Barra, il ministro pragmatico, stroncato da un cancro fulminante domenica scorsa. L’ultimo saluto, il funerale di Stato, in una chiesa del Collegio Papio gremita fino all’inverosimile. Centinaia i presenti accorsi per rendere omaggio al direttore del Dipartimento del territorio, l’uomo che in pochi mesi di Governo si era fatto conoscere per le sue idee chiare e i suoi modi diretti.
Sull’altare, a presiedere la cerimonia funebre, c’è don Samuele Tamagni, giovane sacerdote, amico di Barra. Era stato lo stesso ministro a chiedere che a celebrare il funerale fosse don Samuele. In prima fila, i figli, di cui Barra era parecchio orgoglioso. Giada, Jessica, Kevin. Fa impressione rivederli tutti insieme a neanche sei mesi di distanza da quel felice 30 aprile, il giorno in cui il loro papà, a Bellinzona, entrava ufficialmente in Consiglio di Stato.

E quando don Samuele prende la parola per raccontare l’ultimo incontro con Barra, un velo di commozione squarcia in due la chiesa asconese. “Quel giorno abbiamo discusso della vita e della morte. Della moglie e dei figli. La speranza segna il cammino dell’umanità, Michele era alla ricerca del volto di Dio”. Poche parole pronunciate da questo giovane prete, poco più che trentenne. Ma forti. Significative.

Poi tocca al sindaco di Ascona, Luca Pissoglio, raccontare il ‘suo’ Michele Barra. “Caro Michele, sei stato un grande asconese. Hai fatto tantissimo per i giovani e per lo sport. Ti piangeva il cuore vedere giovani senza lavoro. Proponevi al Municipio di assumerli, anche se non ce n’era bisogno. E se non si poteva, li prendevi tu, nella tua ditta. E quando quest’estate, da Consigliere di Stato, hai pagato di tasca tua lo studio sui padroncini, non ero sorpreso”.

Alessandro Del Bufalo, presidente del Gran Consiglio, pone l’accento sul destino beffardo che ha colpito Barra. “Dapprima la grande opportunità di diventare consigliere di Stato. Poi la tremenda malattia”. E sottolinea: “Michele è stato un buon consigliere di Stato. Quel suo modo di essere così naturale, molto vicino ai cittadini, ha contribuito a rendere Michele simpatico e amato dalla gente. Solo negli ultimi giorni del suo calvario, ha rassegnato un congedo. Michele se n’è andato in punta di piedi e ha lasciato un vuoto enorme”.

Di lì a poco all’altare sale anche Paolo Beltraminelli, presidente del Consiglio di Stato. Il suo è un discorso bagnato dall’emozione. “A volte ci si chiede se la vita non sia troppo crudele per essere amata. Michele però è stato un grande esempio. In questi mesi di lavoro in Governo ci hai insegnato cosa è la passione. Ci hai insegnato che la passione dona energia. Tu avevi passione per la famiglia, per il lavoro, per i viaggi, per lo sport. Avevi una spinta trainante. Il giorno del tuo insediamento in consiglio di Stato eri felice come un bambino”.

Norman Gobbi, il secondo ministro leghista in Governo, è stato tra i primi a sapere della malattia di Barra. “L’ultimo incontro l’abbiamo avuto una settimana fa all’ospedale, con il cancelliere Giampiero Gianella. Ci siamo messi a piangere. Ci rendevamo conto di come stava andando il destino. Michele non ha mai mollato, neanche quando la malattia si era fatta devastante. D’altra parte era sempre stato vicino alla gente. Ha dato più di quanto gli è stato dato. Michele è sempre stato ‘il Michele’. Non gli piacevano i titoli, le cose troppo istituzionali. Era uno pratico. Peccato che qualcuno ha voluto abusare della sua bontà. Gente che non merita rispetto”.

La bandiera della Confederazione, quelle del Cantone, del Comune di Ascona, della Lega dei Ticinesi abbracciano la bara del ministro del territorio. Attorno un silenzio struggente, rotto solo dalle note dei violini di due ragazzi. Gli stessi che erano presenti alla cerimonia di insediamento di Michele Barra in Governo, a fine aprile. Riaffiorano i ricordi di sei mesi vissuti come sul set di un film. Senza lieto fine.

Il feretro che abbandona la chiesa. I famigliari che escono in silenzio. Parte il corteo funebre, verso il crematorio di Riazzino. La pioggia continua a scendere. Incessante. Il cielo sopra Ascona non smette di piangere il suo Consigliere di Stato.

http://www.tio.ch/News/Ticino/760989/I-funerali-di-Michele-Barra/Mobile

L’ONU è con gli indipendentisti!

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….Mi è stato richiesto di diffondere  le dichiarazione del Segretario generale dell’ONU Ban Ki Moon , in occasione della sua visita nel Principato di Andorra, nuovo Stato membro delle Nazioni Unite, nello scorso aprile 2013  in risposta ad una domanda secca sulla legittimità dei referendum Catalano e Scozzese. Ban Ki Moon cosi si pronuncia: “Il referendum Catalano per l’indipendenza non è solo legale,ma è un processo strettamente legato al discorso dei diritti umani e della dignità delle persone che l’ONU rispetta e promuove nel mondo” e, prosegue “L’ONU rispetta uno dei suoi principi fondanti, che è il diritto, attraverso l’istituto giuridico all’autodeterminazione di tutti i popoli e sprona i leader politici a seguire un processo di dialogo pacifico, nel rispetto delle aspirazioni dei Popoli.” …Per la prima volta la massima autorità delle Nazioni Unite non ha sviato l’argomento affermando che l’ONU non vuole intromettersi nelle vicende interne degli Stati, ma le ha cantate chiare al governo spagnolo che aveva minacciato polizia e carri armati contro Barcellona e SMENTENDO Madrid che insisteva nel dire che il diritto all’autodeterminazione era da intendersi come applicabile solo in quei Paesi del terzo Mondo che avevano subito la colonizzazione e non era assolutamente impugnabile in Europa . Ban Ki Moon  inaspettatamente , ha fatto chiarezza e ha smontato in un minuto ANNI di menzogne e castelli di carta costruiti dai politicanti di Madrid, Bruxelles e Roma. Catalogna, Fiandre, Paesi Baschi e Veneto  d’ora in poi potranno appellarsi a queste espressioni, e nessun mezzo legale potrà fermare l’indizione di un referendum popolare ….. Ri-conquistando l’Indipendenza il Veneto potrà riprendere in mano la propria storia, la propria dignità, la propria cultura e la propria identità politica, culturale ed economica . Sarà così possibile democraticamente manifestare la volontà di autogovernarsi  ed aprire una nuova strada per l’esercizio dei diritti di cittadinanza e dell’uguaglianza di tutte le opportunità. D I F F O N D I A MO   T U T T I    ! ! ! ! ……….. 

L’Indipendenza, Cerca Dentro o fuori la Lega, ecco le condizioni per evitare un bel R.I.P.

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di GILBERTO ONETO

Sembra che i destini padani siano legati a Mantova: nel 1996 il Parlamento padano sanzionava la svolta secessionista della Lega e l’altro giorno Tosi ha cercato di confezionare una pietra tombale debitamente incisa con un bel R.I.P., che lui ha inteso come “Ricostruiamo il Paese” (il suo).In ogni caso la vicenda porta un po’ di chiarezza. Maroni, cui in tanti avevamo riposto qualche speranza (nonostante il curriculum) sta dimostrando che non prova alcun interesse per l’indipendentismo, che anche la Macroregione era una panzana elettorale (come il famoso 75%) e che il suo obiettivo è governare la Lombardia in un tranquillo tran tran doroteo, tirare a campare un paio di legislature, fino al 2022 quando avrà 67 anni, l’età giusta per andare in pensione.Per questo guarda con simpatia alle trovate tosiane, le condivide e le appoggia. E la Lega? Privata di ogni slancio, energia e credibilità, può essere lasciata a chiunque voglia la rogna di prendersela magari in cambio di un disciplinato appoggio al nuovo Centrone che si sta mettendo assieme.Il nuovo segretario sarà Bossi? Sarebbe un patetico e impresentabile  struscio sul Viale del Tramonto. Bernardini? Nessuno conosce né le sue capacità né il suo gradiente di indipendentismo.Giorgetti? Tace. Salvini? È il solo che abbia l’energia e l’astuzia di rispolverare (come già sta infatti facendo) la secessione. Salvini imita Bossi nella grinta, ma anche nel viziaccio di circondarsi di nullità, di gente che non gli faccia ombra ma che non vale una cicca succhiata. L’indipendentismo ha bisogno di robuste concimature culturali, di ricostituente identitario, di capacità di fare opinione e consenso. Il nulla produce il nulla  e non si può riproporre ai padani scazzati la ricicciatura di pastrugni già sperimentati.Serve invece un cambiamento radicale e credibile. Serve un progetto semplice, chiaro e non negoziabile, un programma di un solo punto: l’indipendenza dall’Italia. Serve poi un codice di comportamento. Proviamo a buttare lì alcuni punti. Si fanno alleanze solo con partiti che vogliono l’indipendenza della Padania o di una sua parte. Non si partecipa a maggioranze: si concede l’appoggio ad altri solo su specifici obiettivi e in cambio di vantaggi concreti di autonomia. Si amministra localmente esclusivamente  da soli e con finalità di consenso indipendentista: una commissione veglia sugli amministratori locali e li “scarica” se il loro comportamento non persegue il fine comune. Gli eletti che hanno un lavoro percepiscono solo rimborsi spese. Gli eletti che si dedicano a tempo pieno all’attività politica non possono ricevere più di 2 o 3mila euro al mese più i rimborsi spese. Tutti gli stipendi di eletti e nominati vengono versati al partito che li usa per costruire consenso. Il partito  si impegna in produzione di progetti, diffonde informazioni utilizzando strumenti tradizionali e tecnologicamente avanzati, organizza iniziative, crea eventi: insomma deve fare tutto quello che non ha fatto la Lega e che consente invece a una forza indipendentista di svegliare la sua gente e organizzarla. Nessuno viene eletto per più di due mandati. I candidati sono estratti a sorte fra persone che hanno superato una selezione costruita sui curricula e su prove di cultura indipendentista. Tutti gli incarichi devono essere resi pubblici. Gli incaricati devono rendere conto del loro operato.Se qualcuno nella Lega intende perseguire una linea del genere avrà il nostro appoggio. Se qualcuno lo vorrà fare fuori dalla Lega anche.

Tratto da;
http://www.lindipendenza.com/dentro-o-fuori-la-lega-ecco-le-condizioni-per-evitare-un-bel-r-i-p/

Appello indipendentista a salvarci dal Titanic-Italia

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di Gilberto Oneto

La serata di sabato scorso a Cologno al Serio ha dato un interessante spaccato dell’atteggiamento della politica nei confronti della cosiddetta “questione settentrionale”. Da una parte il variegatissimo e inutilmente litigioso mondo autonomista: la Lega, i partitini veri e quelli virtuali; dall’altra i tre maggiori partiti “italiani” (Pd, Pdl e 5Stelle); in mezzo chi cerca di ragionare, scrivere e proporre soluzioni. Si è parlato senza troppi giri di parole di indipendenza e questo è il primo elemento positivo: l’hanno accettato (non si sa se per opportunismo, furbizia o reale spirito di confronto) anche i partitanti italiani. Si è parlato di soluzioni e proposte concrete e questo è un altro punto incoraggiante. Se ne è parlato in un momento (che dura come un’era geologica) in cui tutti sono presi dai domiciliari di Berlusconi, da sigle fiscali estorsive, da “spread”, da sbarchi, tutte cose che hanno peso ma che sono davvero niente di fronte al problema dei problemi: l’avvenire e le ristrette prospettive di sopravvivenza della comunità di comunità che si chiama Padania, Nord, Settentrione, Eridania o anche – con linguaggio medievale e rinascimentale – Italia. Quella parte di mondo che se ne sta fra le Alpi settentrionali e quelle meridionali, sopra la Linea Gotica o – secondo altri – sopra il mitico Fosso del Chiarone. È un posto che da alcune migliaia di anni è stato uno dei motori della cultura, dell’arte e dell’economia del mondo occidentale e che oggi rischia di sprofondare nella miserabile gora mediterranea, pieno di acciacchi, debiti, derubato e maltrattato.

Dalla serata è emerso con chiarezza che si tratta del problema principale che tutti devono oggi affrontare, della madre (ma anche il padre, anzi il “genitore 1 e 2”) di tutti i problemi. Questa comunità deve nell’immediato futuro decidere se vuole sopravvivere, se avere una speranza di vita o se lasciarsi andare in un fatalistico naufragio che durerà fintanto che ci sarà qualche scorta accumulata e che alla fine porterà all’estinzione. Oggi discutere e decidere quale strada intraprendere per cercare di scamparla è quasi secondario di fronte alla necessità di far comprendere ai padani la drammaticità della loro situazione, di mostrare a chi sta inebetito a ballare sul Titanic che un enorme iceberg sta penetrando nello scafo della nave e che è il momento di calare le scialuppe di salvataggio, i gommoni, i giubbotti e anche le tavole di cucina, salirci su e cercare di andarsene. Non c’è verso di chiudere la falla o di inventarsi costosi raddrizzamenti tipo Isola del Giglio. La nave non può essere rattoppata. Lo Stato italiano non può essere riformato perché è stato inventato e tenuto in vita proprio per opprimere i cittadini padani e dilapidarne le risorse: smetterà di farlo solo
tassequando queste saranno finite. È meglio cercare di prendere il largo finché si hanno ancora energie; lo stato comatoso non permette di remare o nuotare. Per questo oggi non si può che parlare di indipendenza. Per questo ai nostri concittadini ricchi o poveri, di destra o di sinistra, brutti o belli si deve fare capire che non ci sono alternative all’indipendenza dall’Italia.

Come arrivarci: referendum, iniziative regionali, Macroregione, Padania? Avremo tutto il tempo di discuterne quando ci saremo allontanati dal pericolo di venire risucchiati nell’inabissamento del chiattone dello Stato italiano. Bisogna dirlo ai tanti lettori de L’Intraprendente che magari credono ancora – per tradizione, educazione, o commovente buona fede – che l’Italia sia una buona cosa e non una organizzazione malavitosa da cui difendersi, una tetra prigione da cui evadere o una gigantesca carretta del mare da cui squagliarsela sulla scialuppa dell’indipendenza.

Tratto da
http://www.lintraprendente.it/2013/10/appello-indipendentista-a-salvarci-dal-titanic-italia/

La violenza come base di ogni diritto

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L’Europa si è liberata dal nazismo attraverso una guerra, l’Irlanda ha gettato i semi della propria in­dipendenza per mezzo della rivolta armata del 1916, i sindacati hanno ottenuto lo Statuto dei Lavo­ratori dopo scioperi ed occupazioni di fabbriche, sempre più spesso comitati ed associazioni trovano ascolto solo bloccando i lavori di commissioni e consigli comunali, gli studenti promuovono le loro istanze occupando scuole ed università.
Dai grandi eventi della storia alle questioni quotidiane, la realtà ci insegna che gli atti di forza risolvono molte più situazioni rispetto al semplice dialogo. E ‘Forza’ non è che un sinonimo decisamente più accettabile del termine ‘Violenza’, un termine che spaventa, ma che permea i rapporti tra esseri umani fin dall’inizio dei tempi, infatti ogni tipo società si basa da sempre su rapporti di forza. Prendiamo ad esempio la moribonda repubblica italiana, i rapporti tra maggioranza e opposizione, tra impresa e lavoratori, tra stato e cittadini non si basano forse sulla forza?
Quando il governo impone la fiducia evitando il dibattito in parlamento, quando la Fiat vieta l’assunzione di lavoratori appartenenti alla Fiom, quando lo stato eleva la tassazione fino a togliere la possibilità di una vita decente a centinaia di migliaia di famiglie, non si tratta forse di atti violenti?  E per contro, quando i lavoratori bloccano la produzione, quando una famiglia occupa una casa, quando viene bloccata una stazione o un’autostrada, non si tratta forse di una dimostra­zione di forza? Da sempre i diritti, su tutti quello di esistere, si acquisiscono con la forza e con la forza si difendono, chi parla di lotta e diritti e allo stesso tempo blatera di rifiuto della violenza e ri­spetto della legalità o è un idiota o, più probabilmente, è in malafede. Come ci si può impegnare in una prova di forza rifiutando l’uso della stessa? Come si può tener testa ad uno stato iniquo ed arro­gante rispettando le sue leggi?
Pacifisti, nonviolenti e legalitari sono nemici del cambiamento! Pacifisti, nonviolenti e legalitari sono nemici del popolo, soprattutto di quello veneto!
Il popolo non va educato alla non-violenza, il popolo va invece educato all’uso della forza, matrice di ogni diritto e fonte di ogni autorità!

Fonte;
Unità Popolare Veneta