L’Europa dovrebbe cacciarci a pedate

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Non è l’Italia che deve andarsene dall’Europa, come vorrebbero alcuni partiti, ma l’Europa che dovrebbe cacciarci a pedate nel sedere. Perché ci mancano gli standard minimi. Che non sono quelli economici e finanziari, che sono recuperabili e in parte recuperati, dall’odiatissimo, non a caso, governo Monti, ma etici, che sono irrimediabili. Non c’è settore della vita pubblica, e anche privata, che non sia corrotto. Parlamentari, presidenti di Regione, consiglieri regionali, personale delle abolende Provincie, sindaci, assessori, consiglieri comunali, Pubblica amministrazione, Guardia di Finanza, dai più alti ai più bassi livelli, polizia, vigili urbani. Non c’è luogo in cui la magistratura vada a ficcare il naso dove non salti fuori il marcio. E non ci sono distinzioni regionali: il Nord, con la sua ex ‘capitale morale’, Milano, vale il Centro e il Sud. Ci si potrebbe divertire come si fa nel gioco ‘fiori e frutta’, a stendere la carta geografica della Penisola e, a occhi chiusi, puntare il dito a caso. A meno che non si capiti su qualche cima delle Alpi o su qualche cucuzzolo degli Appennini, non c’è città, cittadino, paese o paesello, insomma non c’è agglomerato di italiani che sfugga al marciume generale.
Il premier di questo Paese incontra più volte un pregiudicato, in stato formale di detenzione, e con costui decide leggi fondamentali dello Stato. Una cosa simile non si era vista mai, nemmeno nel più sgangherato, misero e miserabile Paese del mondo. Il suo mandato era scaduto da soli due giorni che Sarkozy ha subito una perquisizione in casa propria (per essere precisi: in quella di Carla Bruni dove si era stabilito) e un paio di settimane fa è stato trattenuto per un giorno e una notte in stato di fermo. E non stiamo parlando della Germania, dove un presidente della Repubblica si è dimesso in sette minuti perché accusato, solo accusato, di aver ricevuto in anni lontani un mutuo agevolato o dei Paesi scandinavi dove resiste ancora l’etica protestante, ma della cugina Francia molto simile a noi in tanti difetti. Ma anche da loro ci sono dei limiti. Non si può permettere a un delinquente di determinare la politica di un Paese con la scusa, ridicola, che «ha il consenso». Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha fatto resistenze inaudite per cercare di non rendere testimonianza in un processo, mentre la testimonianza è un dovere civico che riguarda tutti i cittadini (e se cerchi di sottrarti, i carabinieri, dopo due richiami, ti portano in Tribunale in manette), che non conosce guarentigie ne privilegi di sorta salvo quello, se si è una carica Istituzionale, di ricevere i Pubblici ministeri nel proprio ufficio e non nella sede del processo. Questi sono gli esempi che ci vengono ‘dall’alto’, a tutti i livelli.
Secondo una ricerca di Nando Pagnoncelli sette italiani su dieci ritengono che la corruzione non riguardi episodi individuali, ma che sia l’intero sistema ad essere corrotto, in ogni ganglio. E hanno ragione. Peccato che nel frattempo si sia corrotto anche il cosiddetto ‘cittadino comune’. Io vado a nuotare in un’antica e prestigiosa Società milanese che ha una bella piscina olimpionica, una delle poche a Milano, e il costo dell’iscrizione è alto. Non ci sono rumeni. Ma basta lasciare aperto l’armadietto che ti rubano gli asciugamani, i costumi, le mutande sporche.
Siamo l’unico Paese ad avere quattro mafie, quella propriamente detta, la camorra, la ‘ndrangheta, la Santa Corona Unita insieme alle loro varie sottospecie che sono ben emerse negli scandali Mose ed Expo, con le quali stiamo infettando il resto d’Europa. Perché dovrebbero tenerci? Se fossi un europeo direi: via! Raus! Rimanete a marcire nel vostro truogolo un tempo chiamato ‘il Bel Paese’.
Massimo Fini
Il Fatto Quotidiano, 12 luglio 2014

L’Indipendenza, Cerca Dentro o fuori la Lega, ecco le condizioni per evitare un bel R.I.P.

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di GILBERTO ONETO

Sembra che i destini padani siano legati a Mantova: nel 1996 il Parlamento padano sanzionava la svolta secessionista della Lega e l’altro giorno Tosi ha cercato di confezionare una pietra tombale debitamente incisa con un bel R.I.P., che lui ha inteso come “Ricostruiamo il Paese” (il suo).In ogni caso la vicenda porta un po’ di chiarezza. Maroni, cui in tanti avevamo riposto qualche speranza (nonostante il curriculum) sta dimostrando che non prova alcun interesse per l’indipendentismo, che anche la Macroregione era una panzana elettorale (come il famoso 75%) e che il suo obiettivo è governare la Lombardia in un tranquillo tran tran doroteo, tirare a campare un paio di legislature, fino al 2022 quando avrà 67 anni, l’età giusta per andare in pensione.Per questo guarda con simpatia alle trovate tosiane, le condivide e le appoggia. E la Lega? Privata di ogni slancio, energia e credibilità, può essere lasciata a chiunque voglia la rogna di prendersela magari in cambio di un disciplinato appoggio al nuovo Centrone che si sta mettendo assieme.Il nuovo segretario sarà Bossi? Sarebbe un patetico e impresentabile  struscio sul Viale del Tramonto. Bernardini? Nessuno conosce né le sue capacità né il suo gradiente di indipendentismo.Giorgetti? Tace. Salvini? È il solo che abbia l’energia e l’astuzia di rispolverare (come già sta infatti facendo) la secessione. Salvini imita Bossi nella grinta, ma anche nel viziaccio di circondarsi di nullità, di gente che non gli faccia ombra ma che non vale una cicca succhiata. L’indipendentismo ha bisogno di robuste concimature culturali, di ricostituente identitario, di capacità di fare opinione e consenso. Il nulla produce il nulla  e non si può riproporre ai padani scazzati la ricicciatura di pastrugni già sperimentati.Serve invece un cambiamento radicale e credibile. Serve un progetto semplice, chiaro e non negoziabile, un programma di un solo punto: l’indipendenza dall’Italia. Serve poi un codice di comportamento. Proviamo a buttare lì alcuni punti. Si fanno alleanze solo con partiti che vogliono l’indipendenza della Padania o di una sua parte. Non si partecipa a maggioranze: si concede l’appoggio ad altri solo su specifici obiettivi e in cambio di vantaggi concreti di autonomia. Si amministra localmente esclusivamente  da soli e con finalità di consenso indipendentista: una commissione veglia sugli amministratori locali e li “scarica” se il loro comportamento non persegue il fine comune. Gli eletti che hanno un lavoro percepiscono solo rimborsi spese. Gli eletti che si dedicano a tempo pieno all’attività politica non possono ricevere più di 2 o 3mila euro al mese più i rimborsi spese. Tutti gli stipendi di eletti e nominati vengono versati al partito che li usa per costruire consenso. Il partito  si impegna in produzione di progetti, diffonde informazioni utilizzando strumenti tradizionali e tecnologicamente avanzati, organizza iniziative, crea eventi: insomma deve fare tutto quello che non ha fatto la Lega e che consente invece a una forza indipendentista di svegliare la sua gente e organizzarla. Nessuno viene eletto per più di due mandati. I candidati sono estratti a sorte fra persone che hanno superato una selezione costruita sui curricula e su prove di cultura indipendentista. Tutti gli incarichi devono essere resi pubblici. Gli incaricati devono rendere conto del loro operato.Se qualcuno nella Lega intende perseguire una linea del genere avrà il nostro appoggio. Se qualcuno lo vorrà fare fuori dalla Lega anche.

Tratto da;
http://www.lindipendenza.com/dentro-o-fuori-la-lega-ecco-le-condizioni-per-evitare-un-bel-r-i-p/

Appello indipendentista a salvarci dal Titanic-Italia

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di Gilberto Oneto

La serata di sabato scorso a Cologno al Serio ha dato un interessante spaccato dell’atteggiamento della politica nei confronti della cosiddetta “questione settentrionale”. Da una parte il variegatissimo e inutilmente litigioso mondo autonomista: la Lega, i partitini veri e quelli virtuali; dall’altra i tre maggiori partiti “italiani” (Pd, Pdl e 5Stelle); in mezzo chi cerca di ragionare, scrivere e proporre soluzioni. Si è parlato senza troppi giri di parole di indipendenza e questo è il primo elemento positivo: l’hanno accettato (non si sa se per opportunismo, furbizia o reale spirito di confronto) anche i partitanti italiani. Si è parlato di soluzioni e proposte concrete e questo è un altro punto incoraggiante. Se ne è parlato in un momento (che dura come un’era geologica) in cui tutti sono presi dai domiciliari di Berlusconi, da sigle fiscali estorsive, da “spread”, da sbarchi, tutte cose che hanno peso ma che sono davvero niente di fronte al problema dei problemi: l’avvenire e le ristrette prospettive di sopravvivenza della comunità di comunità che si chiama Padania, Nord, Settentrione, Eridania o anche – con linguaggio medievale e rinascimentale – Italia. Quella parte di mondo che se ne sta fra le Alpi settentrionali e quelle meridionali, sopra la Linea Gotica o – secondo altri – sopra il mitico Fosso del Chiarone. È un posto che da alcune migliaia di anni è stato uno dei motori della cultura, dell’arte e dell’economia del mondo occidentale e che oggi rischia di sprofondare nella miserabile gora mediterranea, pieno di acciacchi, debiti, derubato e maltrattato.

Dalla serata è emerso con chiarezza che si tratta del problema principale che tutti devono oggi affrontare, della madre (ma anche il padre, anzi il “genitore 1 e 2”) di tutti i problemi. Questa comunità deve nell’immediato futuro decidere se vuole sopravvivere, se avere una speranza di vita o se lasciarsi andare in un fatalistico naufragio che durerà fintanto che ci sarà qualche scorta accumulata e che alla fine porterà all’estinzione. Oggi discutere e decidere quale strada intraprendere per cercare di scamparla è quasi secondario di fronte alla necessità di far comprendere ai padani la drammaticità della loro situazione, di mostrare a chi sta inebetito a ballare sul Titanic che un enorme iceberg sta penetrando nello scafo della nave e che è il momento di calare le scialuppe di salvataggio, i gommoni, i giubbotti e anche le tavole di cucina, salirci su e cercare di andarsene. Non c’è verso di chiudere la falla o di inventarsi costosi raddrizzamenti tipo Isola del Giglio. La nave non può essere rattoppata. Lo Stato italiano non può essere riformato perché è stato inventato e tenuto in vita proprio per opprimere i cittadini padani e dilapidarne le risorse: smetterà di farlo solo
tassequando queste saranno finite. È meglio cercare di prendere il largo finché si hanno ancora energie; lo stato comatoso non permette di remare o nuotare. Per questo oggi non si può che parlare di indipendenza. Per questo ai nostri concittadini ricchi o poveri, di destra o di sinistra, brutti o belli si deve fare capire che non ci sono alternative all’indipendenza dall’Italia.

Come arrivarci: referendum, iniziative regionali, Macroregione, Padania? Avremo tutto il tempo di discuterne quando ci saremo allontanati dal pericolo di venire risucchiati nell’inabissamento del chiattone dello Stato italiano. Bisogna dirlo ai tanti lettori de L’Intraprendente che magari credono ancora – per tradizione, educazione, o commovente buona fede – che l’Italia sia una buona cosa e non una organizzazione malavitosa da cui difendersi, una tetra prigione da cui evadere o una gigantesca carretta del mare da cui squagliarsela sulla scialuppa dell’indipendenza.

Tratto da
http://www.lintraprendente.it/2013/10/appello-indipendentista-a-salvarci-dal-titanic-italia/

Disfare l’Italia

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L’Italia non va salvata dalla crisi, ma da se stessa: l’Italia va disfatta. Disfare l’Italia significa due cose: secessione e autogoverno delle comunità, drastica riduzione dei poteri e degli àmbiti del governo ad ogni livello.Il diritto alla secessione è un diritto naturale, perché scaturisce dal diritto a disporre liberamente della propria persona. Il diritto alla secessione ha la medesima origine e la stessa sacralità del diritto all’autogoverno. Se posso decidere chi mi governa, devo anche poter decidere che cosa mi governa. Ne consegue che ogni comunità – dal singolo nucleo familiare a intere regioni del Paese – ha il diritto, in ogni momento, di secedere dal corpo politico di cui fa parte (senza peraltro averlo mai scelto né deciso) per autogovernarsi come meglio crede. Quando una Costituzione nega un diritto naturale, è da considerarsi nulla e illegittima, e come tale decaduta. Ne consegue che il diritto naturale alla secessione e all’autogoverno è anche un diritto costituzionale, indipendentemente da ciò che la Costituzione attuale contiene.Disfare l’Italia, in questa prima accezione, significa dunque consentire alle comunità di organizzarsi come preferiscono. Attraverso successive secessioni, e secessioni di secessioni, il governo nazionale cessa spontaneamente di esistere per lasciare il posto ad una pluralità di comunità e di corpi politici liberi di interagire e cooperare spontaneamente tra loro e con il resto del mondo.Questa, del resto, è stata la sola grandezza dell’Italia: è dalla sua pulviscolare frammentazione politica che sono nati l’Umanesimo, il Rinascimento, le banche e il capitalismo, Leonardo e Dante. Soltanto da centocinquant’anni la Penisola è ridotta in schiavitù da una gabbia artificiale e posticcia, storicamente ingiustificata, frutto delle mode nazionaliste di un pugno di letterati di provincia e, da ogni punto di vista, del tutto inefficiente. Disfare l’Italia significa dunque liberarla e restituirla alla propria millenaria tradizione di territori, regioni e città libere.L’altro modo per disfare l’Italia è la rivolta fiscale. Anche questo è un diritto naturale, poiché discende dal diritto di proprietà (tutte le rivoluzioni liberali, del resto, sono nate come rivolte fiscali). Seppur prelevati forzosamente dallo Stato, i miei soldi restano infatti i miei soldi, e se ho la ragionevole convinzione che vengano dissipati, è mio diritto fare di tutto per metterli al sicuro. Fino alla Grande guerra l’aliquota sul reddito non superava in Occidente l’8%; oggi è dappertutto oltre il 40%. È nostro diritto riprenderci quel terzo del nostro patrimonio che lo Stato ha incamerato con la forza nel corso dell’ultimo secolo.Meno soldi allo Stato significa abbattere la mostruosa burocrazia istituzionale e politica che ci soffoca e ci impedisce di lavorare. Meno soldi allo Stato significa che lo Stato dovrà privatizzare – cioè restituire alla libertà di scelta dei cittadini – settori pubblici oggi del tutto anacronistici, come la radiotelevisione, la sanità e l’istruzione. Meno soldi allo Stato significa che la pubblica amministrazione dovrà drasticamente dimagrire perché non ci sarà di che pagare gli stipendi; di conseguenza, non dovendosi più giustificare l’esistenza di un esercito sterminato di funzionari incaricato di ostacolarci la vita, diminuiranno sensibilmente anche le leggi, i regolamenti e le circolari. Meno soldi allo Stato significa, in generale, che lo Stato si occuperà sempre meno di noi, e che ogni singolo e ogni comunità potranno scegliere liberamente sul mercato i servizi e le opportunità che preferiscono.Con meno tasse e meno vincoli, in un ambiente privo della mastodontica burocrazia politico-statale, dove le persone, le merci e i capitali circolano liberamente, la prosperità e il benessere sono alla portata di chiunque abbia voglia di provare a raggiungerli. Fermo restando il diritto di ciascuno a scegliere la propria strada alla felicità.La crisi aiuta a disfare l’Italia perché colpisce al cuore lo Stato sociale-assistenziale, di cui mette a nudo il carattere intrinsecamente truffaldino. A far cadere le borse e a far aumentare lo spread non sono i fantomatici “speculatori” evocati dalla propaganda politico-burocratica, ma i cittadini-risparmiatori che mettono al riparo i propri soldi. Il cuore della crisi è tanto semplice quanto definitivo: il debito pubblico, che ha finanziato negli anni un Welfare sempre più inefficiente e sempre più spendaccione, consentendo così ad una classe politica parassitaria di comprare ogni volta il consenso degli elettori, ha superato il livello di guardia e sta implodendo sull’economia del mondo.Per questo la crisi è epocale, e probabilmente irreversibile. Lo Stato sociale – cioè lo Stato che prende i soldi dalle tasche dei cittadini per imporre loro una serie di servizi non richiesti, che redistribuisce la ricchezza a propria insindacabile discrezione, e che interviene sistematicamente nell’economia – è la peggior invenzione del Novecento, ed è il degno figlio naturale della peggior invenzione dell’Ottocento, il nazionalismo. Fascismo, comunismo, New Deal, nazionalsocialismo, socialdemocrazia, cattolicesimo democratico e sociale sono altrettante declinazioni (certo non tutte uguali) dello stesso principio ipertrofico, dirigista e impiccione dello Stato.Ma qualsiasi economia alterata dall’intervento pubblico è destinata prima o poi a implodere e a trascinare con sé il sistema politico di cui è espressione. È successo con il socialismo reale, che è crollato per un fallimento economico (quello politico era già evidente da mezzo secolo); sta succedendo con il socialismo occidentale, finalmente prossimo alla bancarotta.Il mondo del futuro può dipendere anche da noi. Il crollo dello statalismo democratico sotto il peso di un debito abnorme s’accompagna non per caso alla frantumazione politica e istituzionale. Anche qui vale il precedente dell’Est. Dove c’era l’Urss, oggi ci sono una dozzina di paesi; la guerra “civile” in Iugoslavia è finita quando finalmente ogni comunità ha potuto secedere dalla Serbia; la Cecoslovacchia è stata sciolta. Con il crollo dello statalismo democratico, nulla potrà impedire alla Catalogna o alla Baviera, alla Lombardia o al Tirolo di proclamare l’indipendenza. Le nazioni non esistono: sono per metà una teoria politica fra le tante, e per l’altra metà un accordo fra le case regnanti di due secoli fa. Le nazioni non esistono: in natura esistono le persone, le comunità che si formano e si autogovernano liberamente, e il grande mondo. Non abbiamo bisogno di altro per vivere liberi.L’Italia, per la sua gloriosa tradizione di frammentazione politica, è nei fatti all’avanguardia del processo di dissoluzione degli Stati nazionali-assistenziali. La possibilità che il default del Paese, oltre a travolgere una classe politica parassitaria e un apparato burocratico-assistenziale impiccione, inefficace e costosissmo, faccia anche esplodere l’artificiosa unità “nazionale” che ci è stata imposta centocinquant’anni or sono dal Re di Sardegna, restituendo così agli italiani le loro libertà naturali, è oggi una possibilità più concreta. Disfare l’Italia sta diventando qualcosa di più di una speranza.

(da Il Foglio)

La marcia del “gambero verde”: dal Po a “Forza Alto Adige” con la Biancofiore

di GILBERTO ONETO

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Nei giorni in cui la Catalogna festeggia la sua giornata nazionale, la Diada, con una straordinaria catena umana per richiedere l’autodeterminazione, i relitti di quello che è stato il più grande partito indipendentista d’Europa si dedicano ad alcune audaci imprese autonomiste. Bossi annuncia la sua candidatura alla Segreteria federale, giusto per portare una ventata di novità e di pulizia. Il suo quasi dimissionario successore, già ammaliato dai fasti dell’Expò, impegna tutto il suo ardore combattivo in un’altra gloriosa tenzone secessionista: portare le Olimpiadi a Milano. Il sindaco monocolore leghista di Arona gorgheggia tronfio l’Inno di Mameli. Infine (ma solo provvisoriamente) a Bolzano viene presentato il simbolo congiunto “Forza Alto Adige-Lega Nord- Team Autonomie” per le prossime elezioni provinciali. La capolista sarà la consigliera leghista Elena Artioli, fondatrice del geniale e rivoluzionario Team Autonomie.

La boutade è stata presentata alla stampa dalla deputata superberlusconiana Michaela Biancofiore: il simbolo è una piccola meraviglia che gli elettori apprezzeranno estasiati. La Lega non si è alleata né con la Svp, né tanto meno con il partito indipendentista di Eva Klotz, come forse qualche illuso sognatore avrebbe sperato (e come avrebbe dovuto essere per un partito davvero indipendentista) ma con la peggior greppia terron-patriottica, sotto il neologismo giacobino e fascista di “Alto Adige”, per la conservazione dell’occupazione del Tirolo, legittimando con una moscia pennellata di autonomismo di facciata il patriottico meridionalume rappresentato dalla Biancofiore. Il Segretario federale della Lega – in fregola olimpionica – ha evidentemente avallato questa infamia.

Tutte queste miserie sono avvenute mentre Eva Klotz va avanti sul suo progetto di referendum per l’autodeterminazione, e mentre i catalani danno un’altra spallata ai camerati iberici della Biancofiore. La loro catena umana è il coerente passo in un entusiasmante crescendo di iniziative sul cammino della libertà: viene dopo decenni di lotte, di impegno, di lavoro, di penetrazione nella società, di costruzione di identità culturale e di creazione di consenso. Per farlo i catalanisti hanno impiegato tutti gli strumenti più adatti: la propaganda spiccia, la ricerca storica, la diffusione di notizie, le elezioni e anche – con intelligenza – il controllo delle amministrazioni locali a tutti i livelli. Non hanno fatto Miss Catalunya, neppure il giro ciclistico, la banca, il circo e le altre belinate e porcherie con cui è stato lordato il padanesimo.

I primi a utilizzare l’immagine della catena umana per la libertà erano stati i paesi baltici nel 1989: in pochi anni avevano raggiunto i loro obiettivi. La “via catalana” dell’11 settembre può essere uno degli ultimi decisivi atti nel processo di emancipazione. In Padania si è fatto l’esatto contrario: si è organizzata la catena, si è proclamata l’indipendenza e poi – un passo indietro alla volta – si è rinunciato a tutto, passando per il governo nazionale, a quello regionale, alle alleanze più mortifere, fino all’inutile esercizio dell’amministrazione locale.

È la gagliarda marcia del gambero verde, che porta un nuovo elemento nel già rigoglioso acquario leghista. Sul Po, quel lontano settembre del 1996, c’era ben più di un milione di persone, forse più di quanti ne abbiano radunati assieme baltici e catalani. Era gente che ci credeva, piena di entusiasmo, di energia e di speranza. Chi c’è stato ritiene un ricordo sfolgorante e commovente di quel giorno in cui la libertà sembrava a portata di mano. Oggi, diciassette anni dopo, siamo all’Expò, a Tosi, alla Biancofiore. Il Signore stramaledica chi ci ha portati a questo.

Siria: che fine han fatto i pacifinti? E le manifestazioni dei fancazzisti con le bandiere arcobaleno?

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Per la guerra in Iraq due milioni pacifinti e fancazzisti con le bandiere in mano manifestavano il loro dissenso. Per la guerra in Siria nessuno…. è vergongnoso. Due guerre due misure…“…Io trovo vergognoso che obbedendo alla stupida, vile, disonesta, e per loro vantaggiosissima moda del Politically Correct i soliti opportunisti anzi i soliti parassiti sfruttino la parola Pace. Che in nome della parola Pace, ormai più sputtanata delle parole Amore e Umanità, assolvano da una parte sola l’odio e la bestialità. Che in nome d’un pacifismo (leggi conformismo) delegato ai grilli canterini e ai giullari che prima leccavano i piedi a Pol Pot aizzino la gente confusa o ingenua o intimidita. Che la imbroglino, la corrompano, la riportino indietro di mezzo secolo cioè alla stella gialle sul cappotto. Questi ciarlatani ai quali dei palestinesi importa quanto a me importa di loro. Cioè nulla. ”“…nelle democrazie inanimate, nei regimi inertamente democratici, tutto si può dire fuorché la Verità. Perché la Verità ispira paura. Perché, a leggere o udire la verità, i più si arrendono alla paura. E per paura delineano intorno ad essa un cerchio che è proibito oltrepassare. Alzano intorno ad essa un’invisibile ma insormontabile barriera dentro la quale si può soltanto tacere o unirsi al coro. Se il dissidente oltrepassa quella linea, se salta sopra le Cascate del Niagara di quella barriera, la punizione si abbatte su di lui o su di lei con la velocità della luce. E a render possibile tale infamia sono proprio coloro che segretamente la pensano come lui o come lei, ma che per convenienza o viltà o stupidità non alzano la loro voce contro gli anatemi e le persecuzioni. Gli amici, spesso. O i cosiddetti amici. I partner. O i cosiddetti partner. I colleghi. O i cosiddetti colleghi. Per un poco, infatti, si nascondono dietro il cespuglio. Temporeggiano, tengono il piede in due staffe. Ma poi diventano silenziosi e, terrorizzati dai rischi che tale ambiguità comporta, se la svignano. Abbandonano il fuorilegge, il criminale, al di lui o al di lei destino e con il loro silenzio danno la loro approvazione alla Morte Civile.”“Prendi l’intellettuale di sinistra, l’intellettuale che oggi va di moda, o meglio l’intellettuale che segue la moda per comodità, o per paura, o per mancanza di fantasia : egli sarà sempre pronto a condannare le dittature di destra, bontà sua, però mai o quasi mai le dittature di sinistra. Le prime, le disseziona, le studia , le combatte coi libri e coi manifesti; le seconde le tace o le scagiona o al massimo le critica con imbarazzo e con timidezza. In certi casi addirittura ricorrendo a Macchiavelli: il-fine-giutifica-i-mezzi. Quale fine? quello di una società concepita su principii astratti, calcoli matematici, due più due fa quattro, tesi e antitesi uguale sintesi, e cioè senza tener conto che nella matematica moderna due più due non fa necessariamente quattro, magari fa trentasei, o senza tener conto che nella filosofia più avanzata la tesi e l’antitesi sono la medesima cosa, che la materia e l’antimateria sono due aspetti dell’identica realtà? È grazie ai loro calcoli, cioè al lugubre fanatismo delle ideologie, all’illusione anzi alla presunzione che il Buono e il Bello stiano da una parte sola, che un genocidio o un assassino o un abuso sono considerati illegittimi se avvengono a destra e diventano legittimi o almeno giustificabili se avvengono a sinistra. Conclusione, il grande malanno del nostro tempo si chiama ideologia e i portatori del suo contagio sono gli intellettuali stupidi: i sacerdoti laici e non disposti ad ammettere che la vita (ciò che essi chiamano Storia) provvede da sola a ridimensionare le loro masturbazioni mentali, quindi a dimostrare l’artificialità del dogma. La sua fragilità, la sua irrealtà.”“…non lasciatevi intruppare dai dogmi, dalle uniformi, dalle dottrine, non lasciatevi turlupinare da chi vi comanda, da chi vi promette, da chi vi spaventa, da chi vuole sostituire un padrone con un nuovo padrone, non siate gregge perdio, non riparatevi sotto l’ombrello delle colpe altrui, lottate, ragionate col vostro cervello, ricordate che ciascuno è qualcuno, un individuo prezioso, responsabile, artefice di se stesso, difendetelo il vostro io, nocciolo di ogni libertà, la libertà è un dovere, prima che un diritto è un dovere…” “Di ingiustizia. I presunti pacifisti, le false colombe, che la pace la invocano facendo la guerra e la esigono da una parte sola. Cioè dalla parte degli americani e basta. (…) Mai che improvvisino un corteuccio per le creature assassinate. Ai regimi militari e teocratici dell’Islam si inchinano, nei cosiddetti centri sociali nascondono i clandestini non di rado addestrati da Al Qaida in Iraq o in Iran o in Pakistan.” I mediocri del Politically Correct negano sempre il merito. Sostituiscono sempre la qualità con la quantità. Ma è la qualità che muove il mondo, cari miei, non la quantità. Il mondo va avanti grazie ai pochi che hanno qualità, che valgono, che rendono, non grazie a voi che siete tanti e scemi…” (Oriana Fallaci)

Armando Manocchia

Fonte; http://www.imolaoggi.it/2013/08/30/siria-che-fine-han-fatto-i-pacifinti-e-le-manifestazioni-dei-fancazzisti-con-le-bandiere-arcobaleno/

Italiani, l’arte di girarsi dall’altra parte per non vedere che sono in cacca

Da: http://www.lindipendenza.com/italiani-larte-di-girarsi-dallaltra-parte-per-non-vedere-che-sono-in-cacca/

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L’Italia è un paese nella cacca, ci si sta sprofondando sempre di più, ma molti italiani e con loro gran parte dei mezzi di comunicazione preferiscono parlare di calcio (e vabbè, quello è un male inestirpabile, facciamocene una ragione) e in queste ultime ore si sono accalorati intorno alla memoria del Crapone (per chi non lo sapesse, Benito Mussolini) e alle gesta di una paninoteca austriaca che smerciava panozzi dal nome offensivo verso gli eori della lotta antimafia.

Poche parole per riassumere le vicende. Il consiglio comunale di Varese è stato animato da una violenta discussione intorno alla revoca della cittadinanza a Mussolini, che ancora era in essere da quel dì, nonostante il Duce sia trapassato da oltre 68 anni. Una roba fresca fresca, merito del gruppo consigliare del Pd che ha avanzato la proposta di revoca (pensassero ai problemi interni del loro partito, forse ne guadagnerebbero…). E’ così andato in scena un siparietto tutto italico fra nostalgici (esterni all’assemblea) e gli odiati ex comunisti che tuttavia restano ancora comunisti. Che tristezza, ma il destino dello stivale è sempre di dividersi fra guelfi e ghibellini, qualunque discussione vi sia sul tappeto.

La vicenda della paninoteca accusata del reato di oltraggio all’antimafia è quasi ancora più ridicola. Per tre quarti di giornata le agenzie hanno rilanciato dichiarazioni indignate su questo sfregio all’orgoglio italico, poi nel pomeriggio l’Ansa ha verificato che la paninoteca è ormai chiusa da due mesi e che, ma guarda un po’, era gestita da italiani che vendevano prodotti del Sud. Capito?

Per l’amor di dio, ognuno è libero di discutere su ciò che vuole, ma l’impressione è che gli italiani preferiscano scaldarsi per cose che non hanno più senso o per il passato, forse perché così tentano di sfuggire alla realtà presente, quella di uno stato in fallimento, sperando così di sfuggire anche alle conseguenze che tale fallimento presenterà a ciascuno di loro. Insomma, preferiscono girarsi dall’altra parte piuttosto che prendere atto della propria debacle. E questa critica, ahimè, vale anche per molti di noi padani, che anziché affrontare la dura realtà e cercare di venirne fuori, facilmente si augurano l’apparizione di un simil Crapone al grido del “ghe pensi mi”. Ridestatevi: ormai dobbiamo pensarci noi!