Per un machete…

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L. U. P. I, l’indipendentismo non è un reato

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In virtù degli ultimi avvenimenti, con assoluta trasparenza e chiarezza, crediamo utile ribadire alcuni concetti, che se anche sempre dati per scontati, è bene esplicitare a beneficio di tutti. La nostra azione si svolge alla luce del sole, senza alcuna offesa, né ideologica, né di fatto, alle vite, alle libertà e alle proprietà di alcuno: proprio la nostra alterità rispetto al sistema coercitivo Italiano implica una pratica politica “non violenta”.

Siamo un coordinamento composto da alcune associazioni indipendenti tra loro, che fanno di valori come libertà, autodeterminazione e responsabilità principi cardine della propria esistenza avendo in comune l’amore per la propria terra e una visione politica piuttosto radicale. Proprio la condivisione di tali imperativi etici ha generato liberamente l’idea di intraprendere un percorso comune di divulgazione culturale e/o di attivismo politico, a seconda delle specifiche caratteristiche delle singole associazioni coinvolte.

Il nostro obiettivo è quello di promuovere il dibattito culturale e politico presso gli abitanti della nostra Regione. Il nostro convincimento è che all’interno dell’attuale cornice istituzionale unitaria, sarà impossibile garantire un futuro di libertà e benessere ai nostri figli. Siamo “indipendentisti funzionali”, ossia riteniamo che identità, stili di vita, benessere sarebbero meglio salvaguardati all’interno di confini non di carattere amministrativo, di matrice burocratica, ma piuttosto all’interno di una cornice nazionale dinamica e liberamente autodeterminata da chi ci vive e lavora. Siamo, in ogni caso, aperti al dialogo e per nulla dogmatici. L’Indipendentismo è per noi una libera manifestazione di buon senso, non certo una barriera ideologica dietro cui nascondersi , come al contrario ci pare essere la retorica unionista propangandata a dispetto dell’evidenza dei fatti. Qualora qualcuno riuscisse a convincerci, con argomentazioni fondate, che l’Italia possa essere qualcosa di diverso dall’immagine di esperimento fallito che i suoi stessi enti di certificazione, Corte dei Conti in primis, impietosamente ci descrivono a suon di numeri e statistiche, allora saremmo disposti ad ascoltare. L’evidenza dei fatti, al contrario, ci convince ogni giorno di più che l’Italia non sia la soluzione ma sia il problema.

La nostra decisione di perseguire le strade del confronto, della mobilitazione, della divulgazione culturale è stata votata e sottoscritta da tutte le associazioni facenti parte del coordinamento. La decisione di perseguire questo tipo di obiettivo politico in modo pacifico, libero, democratico è alla base dei principi che animano tutte le associazioni facenti parte dei L.U.P.I. che non hanno mai nemmeno preso in considerazione forme di lotta “aggressive”. Al contrario ci riconosciamo piuttosto nel valore di pratiche di “disobbedienza civile” che traggono ispirazione dall’esempio di grandi patrioti, come il Mahatma Ghandi o il Reverendo Martin Luther King, che seppero opporre alla violenza del potere costituito, le ragioni del buon senso, dell’etica della libertà individuale e del rispetto della vita umana. Sia chiaro, dunque, che non abbiamo doppie morali o doppi statuti, come non esistono per noi i “compagni che sbagliano”. Su questo vogliamo essere adamantini: l’errore sugli strumenti da adottare è un errore irreparabile sui fini che ci si propone di raggiungere. Insomma, la forma è sostanza. Coerentemente, ci aspettiamo, dunque, che la magistratura italiana sciolga al più presto il nodo gordiano nel quale ci troviamo: o gli indipendentisti veneti e lombardi che sono in carcere hanno commesso (o volevano effettivamente compiere) atti di violenza, oppure no. Tertium non datur. Nel primo caso essi si sono posti al di fuori del nostro perimetro politico e morale, nel secondo è l’amministrazione giudiziaria italiana ad aver travalicato i propri confini, dando vita non ad un procedimento giudiziario ma a una indebita intrusione nel dibattito politico e culturale contemporaneo, al limite di ciò che potremmo definire con il triste termine di “repressione”.

LE IDEE NON SI POSSONO e NON SI DEVONO VOLER PROCESSARE. In ragione di queste considerazioni la questione appare dunque di una semplicità disarmante e ogni perplessità potrà venire agilmente e prontamente risolta. Da ultimo, ci permettiamo di ricordare che la condotta dei “congiurati” deve essere tale da integrare precisissime fattispecie di reato e la responsabilità penale è strettamente personale. In breve, nel nostro ordinamento penale non esiste un’organizzazione politica legittimamente perseguibile e una no. Vale a dire, l’indipendentismo non è reato.

DIRETTIVO L.U.P.I.- Lombardi Uniti Per l’Indipendenza

L’autunno è celtico domenica 6 ad Olginate (LC)

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di Maria Vittoria Sala*
Tratto da http://www.labissa.com

Domenica 6 ottobre, a partire dalle ore 11:30, nell’incantevole cornice del Monastero di S. Maria La Vite di Olginate (LC), si svolgerà la 5a edizione di Autunno Celtico – manifestazione di cultura, arte e musica celtica – organizzata dall’Associazione Culturale “Il Melabò” e dall’Associazione Santa Maria la Vite “Giuditta Podestà”, con il contributo della Provincia di Lecco.
Il progetto “Autunno celtico”, nato nel 2009, si propone di creare occasioni di riflessione attorno alla cultura celtica e alla sua influenza sulla cultura europea e, in particolare, su quella del nostro territorio, che ha ospitato importanti insediamenti celtici.
Sarà una giornata interamente dedicata a concerti e danze di musica celtica, strumenti musicali, mostre di quadri e non solo. Non mancheranno momenti legati alla letteratura con letture dedicate a Carlo Del Teglio, poeta premanese definito dalla “sensibilità celtica”.
E poi ancora, per l’intera giornata, il chiostro del Convento sarà teatro di rievocazioni storiche a cura dell’Associazione Culturale “I Lupi del Ticino”, che attraverso costumi, utensili da lavoro, vettovaglie ed erbe curative, farà rivivere gli aspetti della vita quotidiana degli antichi celti insubri, e allestirà anche un punto di ristoro con birra e idromele bretoni.
Saranno inoltre attivi due punti libri, curati, rispettivamente, dall’Associazione Melabò e dall’Associazione Culturale Terra Insubre; quest’ultima, come consueto, farà esposizione di una vasta biblioteca di libri, pubblicazioni e riviste celtiste che sicuramente attrarranno l’interesse del pubblico appassionato del genere.
Sarà inoltre possibile effettuare visite guidate al Convento di Santa Maria la Vite, un luogo in perfetta sintonia con il tema celtico, in quanto conserva tracce e testimonianze di questa cultura in alcune sue architetture preromaniche e, soprattutto, nell’antico altare in sasso del sacello originario sul quale si è poi sviluppata l’intera struttura conventuale. Il Convento è un monumento storico riconosciuto dal Ministero dei Beni Culturali, le cui origini rimandano al XIII secolo. Sorgeva sull’antica strada che collegava Como con Aquileia e deve il suo nome al fatto che il territorio che lo attorniava era tutto coltivato a viti, oggi scomparse.
Divenne poi un centro rurale, un filatoio, un lazzaretto, poi nuovamente convento e, infine, dal 1800, abitazione privata della famiglia Podestà tra gli anni Settanta e Ottanta. Qui, nel 1983 Giuditta Podestà, professoressa universitaria di letteratura comparata, ha fondato il Ceislo – Centro internazionale di studi lombardi – ed organizzato corsi e convegni per quasi vent’anni, che hanno portato a Olginate e nel Convento docenti e studenti provenienti dalle maggiori Università europee ed americane. Giuditta ha ipotizzato che è proprio in luoghi come questi, punto d’incontro tra cultura celtica, cultura romanica e cultura lombarda, che si annidano le radici culturali dell’Europa.
La Chiesa di Santa Maria la Vite, ancora oggi consacrata, rappresenta la parte più antica del Convento e conserva bellissimi affreschi del Quattrocento di Scuola Lombarda, tra cui una sorprendente Ultima Cena riproducente prodotti della cucina lariana (agoni, gamberi di fiume, noci…). Nella cappellina dedicata a S.Antonio si effettua ancora oggi la tradizionale benedizione degli animali del 16 gennaio.
Attualmente il Convento è ancora proprietà privata della famiglia Podestà ed è sede dell’Associazione Il Melabò e dell’Associazione Santa Maria la Vite “Giuditta Podestà”. Non è aperto al pubblico e le occasioni per visitarlo durante l’anno sono rare, il che fa di Autunno Celtico un appuntamento ancora più imperdibile.

Milano, Via Padova, lo sballo di notte Cinesi, egiziani e latinos tra droga, kebab e take away.

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Milano, 25 agosto 2013 – Corre d’obbligo fare una premessa: questo non è un posto per signorine, come dicevano i duri del Far West. E per il forestiero sprovveduto, la passeggiata notturna sul rettilineo di via Padova, col Rolex al braccio e l’aria svagata a guardare le stelle, rientrerebbe nella voce «strettamente sconsigliata» se via Padova fosse dotata di foglietto illustrativo. Eppure c’è anche tanto luogo comune a pesare sopra una strada certamente controversa: perché il vivacissimo mondo che si spalanca alle spalle di piazzale Loreto, in queste sere d’agosto di una città ancora mezza chiusa per ferie, se ci si sforza di non vederlo con l’occhio clinico del poliziotto è qualcosa di sicuramente unico e forse affascinante per chi ama il brivido cosmopolita, qualcosa che il neofita non può fare a meno di guardare con stupore e con un poco di paura. Qualcosa che, a Milano, nel male ma anche nel bene si trova solo in via Padova.
Quattro chilometri su per giù che arrivano dritti fino a Crescenzago, a fare da coordinate logistiche una rotonda e il ponte della ferrovia. Lì in mezzo, secondo un calcolo inevitabilmente spannometrico, vivono e convivono cinquanta Paesi pescati secondo le logiche indefinite dell’immigrazione selvaggia da quasi ogni angolo del pianeta: dall’America Latina all’Estremo Oriente, dall’Africa nera alle propaggini ex sovietiche della vecchia Europa. Nelle notti d’estate con ritmo frenetico, sono gli stranieri i padroni indiscussi di una movida che non ha nulla dei luccichii del Naviglio — per altro mezzo desertificato nelle due settimane cruciali che abbracciano il Ferragosto — mentre i clan etnici che non vanno in vacanza si mescolano davanti ai kebabbari e alle tavole fredde, ai ristoranti cinesi e ai mini market che qui — ce ne sono due — restano aperti e affollati fino all’una passata, rarità nella metropoli. Tra i banchi, conviviali contaminazioni di spumanti Asti e carni halal. Dei giorni degli aspri scontri etnici dopo l’omicidio del maghrebino Ahmed Abdel, solo vent’anni nel 2010 — ammazzato da un coetaneo peruviano davanti alla fermata del bus Padova-Chavez — non resta traccia almeno evidente, nella pur percepibile tensione strisciante tra i bicchieri che spesso annoverano il classico «di troppo». Fianco a fianco nella notte fonda illuminata dai locali tutti accesi, si radunano ucraini, cinesi, latini, egiziani, donne velate quasi integrali e scosciate da manuale per vocazione o professione, trans e pusher, contrabbandieri a cielo aperto di tutto ciò che si può contrabbandare — in primis le sigarette — e famigliole a sangue misto dotate di passeggino, ubriaconi con l’ennesima bottiglia in mano e biciclette, tantissime biciclette e tutte padrone della strada, così tante che, a volerci mettere un po’ di malizia, si potrebbe dire che il sogno ecologico della giunta arancione è proprio qui che trova la sua realizzazione più completa. Per necessità, probabilmente, più che per spirito ambientalista, dal momento che anche in questa Babele del tirare a campare — nella legalità o meno — i macchinoni se li possono permettere meno che in altri quartieri.
Di automobili ne passano, certo, ma dopo mezzanotte sono soprattutto le volanti di carabinieri, polizia e guardia di finanza: lente sentinelle a vigilare per lo più impotenti — la sproporzione di forze in campo nel gioco a guardie e ladri è, in tal caso in particolare, senza speranze — su questa varia umanità in libera uscita serale. I giardinetti che fanno angolo con via Mosso — quelli finiti nella bufera per «i cancelli di protezione» anti microcriminalità poi fatti levare da questa amministrazione — sono la quintessenza di un’istantanea notturna sul multimondo di via Padova. Certo tristemente famosi per lo spaccio sfacciato e compulsivo di più o meno qualsiasi cosa che si possa definire «droga», sono al tempo stesso un raduno variopinto di innocuissimi ragazzi e innocuissime famiglie. Come quella di un peruviano che ci si è trascinato moglie, figlioletti e borsa termica: pic nic improvvisato per sfuggire alla calura nelle panchine sotto i tigli. Tirando avanti fino a tardissimo. Vogliamo chiamarlo degrado? Sì, anche.
Senz’altro, da queste parti, non ci vanno per il sottile. Poche manciate di metri più a Sud, verso piazzale Loreto, le luci della discoteca italo romena da qualche sera non furoreggiano più. Colpa dell’ennesima rissa andata troppo oltre: cancelli chiusi fino a prossima data. E se torniamo a guardare la strada con l’occhio del poliziotto, conviene allargare le braccia: «Via Padova è una battaglia persa», ci spiega un agente. «Perché se volessimo fare sul serio, dovremmo praticamente militarizzarla. Setacciare ogni palazzo, ogni angolo, ogni centimetro. Accadde ai tempi della Moratti, ma poi la linea è cambiata, e noi facciamo quello che possiamo. Ma che cosa possiamo?». Questa, però, è tutta un’altra storia.
agnese.pini@ilgiorno.net

Noi svuotiamo le galere, la Svizzera fa tintinnare le manette

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ARRIGHINI*

Allora, vediamo un po’… A Roma non sanno più come svuotare le carceri, piene per tre quarti da  extracomunitari. Siamo perennemente multati per la giustizia che ingolfa se stessa. E così, si decide di depenalizzare tutto. Persino lo stalking, reato  che sfocia nell’omicidio come spesso vediamo, sta rischiando di essere poco più di una multa. Come passare col rosso.E in Svizzera? Ma figuriamoci..!!!Ieri, come se niente fosse, i quotidiani elvetici scrivevano che la commissione degli affari giuridici del Nazionale (CAG-N) “vuole inasprire il sistema sanzionatorio, reintroducendo la carcerazione anche per condanne inferiori o uguali a 6 mesi. Lo indica una nota dei Servizi parlamentari secondo cui la commissione ha approvato per 16 voti a 7 e 2 astensioni le grandi linee del progetto governativo”.Capita la solfa? Di certo non avranno problemi di affollamento, in Svizzera. Né gli stranieri beccati in flagranza di reato crediamo restino nelle loro galere tanto quanto accade in Italia.Certo. Gli elvetici hanno reintrodotto la condizionale per le pene pecuniarie, precisando tuttavia che “l’alternativa va valutata solo in presenza di circostanze particolarmente favorevoli: è esclusa la sospensione condizionale parziale”.La certezza della pena, del diritto, sono una malattia cagionevole, nei tribunali nazionali, mentre in Svizzera, ancora, si vuole “accelerare l’esecuzione della pena pecuniaria nei casi in cui possa essere convertita in una pena detentiva, e la commissione ha inoltre deciso di abbreviare il termine di pagamento riducendolo a sei mesi”.Fanno sul serio, la differenza tra noi e loro sta tutta qui. Una condanna definitiva arriva anche dopo 10 anni, passa per le forche caudine di un calvario processuale senza pari, ti rovina dal punto di vista finanziario perché esercitare il diritto alla difesa è un lusso per pochi. Inutile dire che anche le pene alternative sono una barzelletta. In Svizzera sono una cosa seria. Così come l’espulsione giudiziaria e i dispositivi elettronici (dal braccialetto al gambale in cambio della carcerazione). L’espulsione giudiziaria, in Italia, invece è praticamente vietata. Bandita. Non è più politicamente corretta. Non sappiamo quanti stranieri che delinquono tornino a casa loro. Conosciamo a menadito gli sbarchi, quanti ne arrivino. E che hanno diritto alla cittadinanza subito. Sul resto cala il silenzio più grigio. Non c’è rimedio, peccato la Svizzera non abbia posto per i padani che chiedono asilo politico.Noi dobbiamo sorbirci gli aeroplani che passano sopra le spiagge della borghesia imbolsita con gli striscioni pro-Silvio. Perché non vanno a sorvolare Lampedusa, Siracusa. Ma perché non vanno a lavorare?

*segretario Indipendenza Lombarda

Italiani, l’arte di girarsi dall’altra parte per non vedere che sono in cacca

Da: http://www.lindipendenza.com/italiani-larte-di-girarsi-dallaltra-parte-per-non-vedere-che-sono-in-cacca/

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L’Italia è un paese nella cacca, ci si sta sprofondando sempre di più, ma molti italiani e con loro gran parte dei mezzi di comunicazione preferiscono parlare di calcio (e vabbè, quello è un male inestirpabile, facciamocene una ragione) e in queste ultime ore si sono accalorati intorno alla memoria del Crapone (per chi non lo sapesse, Benito Mussolini) e alle gesta di una paninoteca austriaca che smerciava panozzi dal nome offensivo verso gli eori della lotta antimafia.

Poche parole per riassumere le vicende. Il consiglio comunale di Varese è stato animato da una violenta discussione intorno alla revoca della cittadinanza a Mussolini, che ancora era in essere da quel dì, nonostante il Duce sia trapassato da oltre 68 anni. Una roba fresca fresca, merito del gruppo consigliare del Pd che ha avanzato la proposta di revoca (pensassero ai problemi interni del loro partito, forse ne guadagnerebbero…). E’ così andato in scena un siparietto tutto italico fra nostalgici (esterni all’assemblea) e gli odiati ex comunisti che tuttavia restano ancora comunisti. Che tristezza, ma il destino dello stivale è sempre di dividersi fra guelfi e ghibellini, qualunque discussione vi sia sul tappeto.

La vicenda della paninoteca accusata del reato di oltraggio all’antimafia è quasi ancora più ridicola. Per tre quarti di giornata le agenzie hanno rilanciato dichiarazioni indignate su questo sfregio all’orgoglio italico, poi nel pomeriggio l’Ansa ha verificato che la paninoteca è ormai chiusa da due mesi e che, ma guarda un po’, era gestita da italiani che vendevano prodotti del Sud. Capito?

Per l’amor di dio, ognuno è libero di discutere su ciò che vuole, ma l’impressione è che gli italiani preferiscano scaldarsi per cose che non hanno più senso o per il passato, forse perché così tentano di sfuggire alla realtà presente, quella di uno stato in fallimento, sperando così di sfuggire anche alle conseguenze che tale fallimento presenterà a ciascuno di loro. Insomma, preferiscono girarsi dall’altra parte piuttosto che prendere atto della propria debacle. E questa critica, ahimè, vale anche per molti di noi padani, che anziché affrontare la dura realtà e cercare di venirne fuori, facilmente si augurano l’apparizione di un simil Crapone al grido del “ghe pensi mi”. Ridestatevi: ormai dobbiamo pensarci noi!