La nuova Lega Nord alle europee…

image

La Lega toglie la Padania dal simbolo
per raccogliere consensi anche al Sud
Nuovo logo in vista delle Europee: ci sarà solo la scritta “Basta Euro”

Il tweet del segretario Matteo Salvini che mostra il nuovo simbolo della Lega Nord per le Europee

MARCO BRESOLIN,  da la Stampa,

Addio Padania, ce lo chiede l’Europa. C’era una volta il simbolo della Lega Nord, lo spadone di Alberto da Giussano e, sotto, ben in vista, il nome del Capo: Bossi. Poi sono arrivati gli scandali, le ramazze, i barbari sognanti e il nome del fondatore è sparito. Al suo posto, Bobo Maroni è riuscito a piazzare un più «generico» Padania (e a mettere il pure il suo, un anno fa, in occasione della corsa al Pirellone). Ma il nuovo segretario Matteo Salvini è riuscito ad andare oltre, a mettere nel dimenticatoio – ma si dirà che non è così – anche il nome della fantomatica regione desiderosa d’indipendenza. 

Alle prossime Europee, gli elettori non troveranno sulla scheda la scritta Padania. Al suo posto, sul simbolo leghista, quello slogan che ormai è diventato un mantra: «Basta Euro». Il motivo è chiaro: la Lega si presenterà in tutta Italia, non solo in «Padania», e quindi per raccogliere consensi anche al Sud punterà tutto sul «Basta Euro». Accanto ad Alberto da Giussano, laddove un anno fa compariva l’enigmatico simbolino «Tremonti» (nella versione originale, poi bocciata, c’era scritto TreMonti), ci sarà spazio per la scritta «Autonomie» e per il simbolo di «Die Freiheitlichen» (I Libertari), movimento autonomista altoatesino di destra. 

Seconda posizione, la battaglia per il Nord è soprattutto una battaglia in difesa della sua identità

Ira funesta di Gilberto Oneto contro L’Intraprendente: tra sfoghi contro il razzismo e celebrazioni di “bergamaschi nati in Nigeria”, vi state dimenticando che la battaglia per il Nord è soprattutto una battaglia in difesa della sua identità
di Gilberto Oneto

Fonte:

http://www.lintraprendente.it/2013/08/botta-indipendentista-doc-ci-accusa-siete-diventati-politicamente-corretti/

image

Leggo lo Sfogo di indipendentista contro gli indipendentisti razzisti e per la prima volta mi capita di non essere completamente d’accordo con l’amico Marco Bassani. Ovviamente condivido sia la premessa («l’unico vero tema politico dei prossimi anni sarà l’indipendentismo») che la conclusione («un solo problema: l’Italia»), ma ho molte perplessità su alcune delle cose che dice in mezzo. Ho l’impressione che anche lui, come tantissimi altri, sia troppo condizionato dal tradimento leghista e finisca per condire di comprensibile rancore i suoi ragionamenti, confondendo quello che avrebbe dovuto fare la Lega (e che tutti speravano avrebbe fatto) con quello che ha effettivamente combinato. Da innamorato ingannato fa anche qualcosina di più: rubrica certi atteggiamenti e obiettivi come negativi solo perché la Lega fedifraga li ha traditi e sputtanati. Quali sarebbero le “offese intollerabili nei confronti dei nostri concittadini meridionali”? Le barzellette che si raccontavano nelle sezioni del Carroccio o le sacrosante considerazioni sullo sfruttamento, sui diversi livelli di partecipazione, sul generale ragionamento del chi dà e chi riceve nell’italico ambaradan? Ancora: perché criticare il progetto di favorire i residenti che è stato un proposito intelligente (forse per questo mai attuato) che dovrebbe essere riproposto con vigore?

Manifesto (1)Soprattutto non credo si possa affidare solo alla libera espressione della volontà la battaglia indipendentista. L’autodeterminazione è fondamentale ma resta uno sterile esercizio senza l’identità. A questo punto si inserisce un successivo intervento di Carlo Lottieri (altro amico di cui avevo fino a qui condiviso quasi tutte le opinioni) che, inneggiando alla firma di tal Tony Iwobi (che con linguaggio mooolto politicamente corretto definisce “bergamasco nato in Nigeria”) alla sottoscrizione di Color 44, si augura che lo spirito indipendentista coinvolga molti dei nuovi lombardi “alla Mario Balotelli”. Ciumbia! Questo eccesso di entusiasmo per la sicura conversione indipendentista di tanti immigrati, adottati, strolighi e calciatori ha forse origine nel “vecchio spirito lombardo” alla Ariberto («Chi emigra a Milano e sa lavorare diventa uomo libero»), che però si rivolgeva a gente che aveva gli stessi schemi culturali e morali. Quelli che arrivano adesso non hanno un lavoro (ovvero non sono utili alla comunità) e lo sottraggono ai nostri, arrivano da posti strani, non hanno grande voglia di diventare dei nostri e soprattutto sono troppi per diventarlo, per integrarsi. Un po’ di latte aggiunto allo yogurt diventa yogurt, troppo diventa solo cattivo latte.

Questi non arrivano solo perché “così va il mondo”, sono qui in base a un nefasto progetto politico: l’immigrazione prima meridionale e poi “extra” risponde a un preciso disegno di distruzione delle identità padane e perciò di ogni volontà indipendentista. È lo stesso trucco impiegato nel Sud Tirolo. È uno strumento degli italianisti per tenere insieme la loro patacca “una e indivisibile”. Qualche immigrato si è integrato ed è diventato dei nostri? Bene. La maggior parte però non lo fa: non lo hanno fatto legioni di meridionali che sono qui da decenni a fare gli sbirri, gli statali, i magggistrati, i mafiosi, i coloni dell’Italia e non gli passerà mai per la testa di diventare indipendentisti. Sono qui per italianizzare la Padania e ci stanno riuscendo. Gli “extra” sono qui per globalizzare, per completare il lavoro e distruggere definitivamente ogni identità. Il signor Huang non diventerà mai padano, figuriamoci indipendentista! Questi saranno indipendentisti solo se comanderanno loro, come i meridionali sono nazionalisti perché comandano loro.

Questo paese è “l’antico deposito di fatiche” di Cattaneo e appartiene a chi quelle fatiche le ha fatte e ai loro discendenti. Si salva solo se i suoi cittadini decideranno di salvarsi. Qualcuno si vorrà accodare? Potrà farlo se sarà davvero diventato come noi, se ci sarà posto e se lo vorremo. Ricordate Miglio: «Stare con chi si vuole e ci vuole». I baltici, quando hanno votato per la loro indipendenza, hanno concesso il diritto di voto solo a chi viveva lì nel 1945 e ai loro eredi. I russi mandati dopo per russificare quelle terre hanno dovuto restare a guardare. Se si vorranno balticizzare avranno tutto il tempo e le opportunità per farlo. Non è solo un problema di espressione di libertà, ma anche e soprattutto di identità, senza la quale si mette assieme al massimo un grande condominio ma certo non una comunità.

Tutto mi sarei aspettato tranne un Bassani e un Lottieri “politicamente corretti”. Per l’affetto che provo per loro, dimenticherò presto quel triste “nostro Paese” (riferito all’Italia) del primo e il rabbrividente e vendoliano riferimento all’immagine “rinnovata, aperta, liberale e universalistica” del secondo. Scusate, ma al benettoniano manifesto del “Veneto è chi il veneto fa”, preferisco sempre quello (copyright del Movimento Autonomista Valsesiano) della bambina che dice la sua sull’Italia. Secessione!

Le due posizioni! Sfogo di indipendentista contro gli indipendentisti razzisti

image

L’efficacia dell’indipendentismo sta nella capacità di parlare ai territori reali, costituiti da milioni di individui con i cromosomi puri o meticci e un solo problema: lo Stato oppressore. Diversamente la “libertà”…
di Marco Bassani
Fonte:

http://www.lintraprendente.it/2013/08/sfogo-di-indipendentista-contro-gli-indipendentisti-razzisti/

Il grande, forse l’unico vero tema politico dei prossimi anni sarà l’indipendentismo. E il perché è abbastanza ovvio. Le entità politiche incontrollate e incontrollabili, essenzialmente irresponsabili e nate per produrre classi dirigenti che non rispondono a nessuno (che non sia un metafisico “popolo sovrano”), gli Stati nazionali, che rappresentavano l’orizzonte unico della riflessione politica sono entrate nella loro crisi risolutiva. Il coma è ormai irreversibile e si tratta solo di capire se troveremo una soluzione prima della distruzione dell’apparato produttivo oppure se l’accanimento terapeutico al capezzale degli Stati nazionali proseguirà fino all’annichilimento di ogni possibilità di produrre ricchezza.

È vero: nel nostro Paese il “vettore politico”, capace di interpretare un “blocco storico” alternativo non esiste. Partiti che semplicemente negano la crisi (PD e PdL) sembrano vivacchiare, un altro (M5S) che propone le fallimentari ricette del socialismo scandinavo degli anni Settanta ha ottenuto enormi successi alle scorse elezioni politiche. Di contro il partito che nell’ultimo quarto di secolo si era nutrito della crisi dello Stato nazionale (la Lega) è in via di estinzione, per manifesta incapacità di elaborare una qualunque proposta politica e di elaborare un progetto. Ma qui sta la differenza fra cronaca e storia. La cronaca politica non va necessariamente e in ogni momento nella stessa direzione della storia.

La disarticolazione degli Stati nazionali ha ormai caratteristiche tali di necessità e urgenza che vanno ben oltre le forze politiche e anche la consapevolezza delle popolazioni. Si tratta di una necessità che troverà le proprie vie e, nel nostro caso, verterà sulle regioni esistenti. Perché queste sono le uniche realtà istituzionali in grado di opporsi a Roma. Molti indipendentisti che incontro sono però convinti che i lombardi e i veneti di origine meridionale siano la quinta colonna dell’Italia e il vero tallone d’Achille. Nulla di più sbagliato. Chiunque si batta, in particolare in Veneto e in Lombardia, per una fuoriuscita dal sistema Italia, deve comprendere una cosa con chiarezza. Una proposta indipendentista ha senso solo se si rivolge a tutti gli abitanti del territorio. L’indipendenza non può essere la via per ricostruire un Veneto e una Lombardia simile a tre generazioni fa, con pochissimi immigrati dalle altre aree italiche e nessuno dal resto del mondo. Non può essere un’utopia regressiva in senso letterale, un ritorno ad un’età dell’oro che non è mai esistita e non illumina in alcun modo i problemi presenti.

BORGHEZIOL’errore fondamentale della Lega, che poi ha portato alla difesa dell’italianità delle banche, agli attacchi razzisti nei confronti degli extracomunitari e alle offese intollerabili nei confronti dei nostri concittadini meridionali, è stato quello di credere di poter rigenerare le comunità del Nord creando un gruppo di “meno uguali”. Le continue proposte di aprire i concorsi pubblici a chi risiedeva nella regione da almeno cinque anni (cavallo di battaglia della Lega quando non era irrilevante) erano etnicamente risibili – avrebbero dovuto chiedere i certificati di nascita dei quattro nonni, se fossero stati coerenti – eticamente intollerabili e politicamente suicide. Qualunque forma di razzismo e di divisione etnica non è soltanto inaccettabile, ma provoca contraccolpi devastanti dal punto di vista della strategia politica. Una comunità immaginata già come divisa, per il tramite di un progetto futuro di rigenerazione etnica, non potrà mai raggiungere un alto livello di coesione sulle questioni politiche cruciali.

Esistono limiti all’appartenenza? Direi di si. Alcuni individui si trovano su di un territorio per caso, non vedono l’ora di tornare a casa propria e non scommettono tutta la propria esistenza all’interno dei confini veneti o lombardi. Mi riferisco a certi insegnanti, impiegati delle poste, in breve agli statali in attesa di salire in graduatoria, che vivono Veneto e Lombardia come la loro personale “cattività babilonese”. Costoro sono già esclusi – e per scelta propria – dalle comunità di riferimento, non possono avere un’autentica “voce” sulla questione dell’indipendenza e vanno considerati ospiti a tutti gli effetti. Chi, al contrario, ripone tutte le proprie speranze nei confronti del futuro in un determinato territorio fa parte a pieno titolo della comunità e deve essere considerato a tutti gli effetti come facente parte del gruppo dei liberi ed eguali che deve decidere del proprio futuro. In questo senso esiste uno ius soli cogente, assoluto e volontario: veneto è chi ama il Veneto e lo vuole libero e prospero, e non soltanto i discendenti degli sconfitti di Campoformido. Lombardia e Veneto fondano le proprie pretese sulle vessazioni di oggi e queste riguardano tutti. Lepore non subisce meno espropri di Brambilla, Huang è venuto qui per dare un futuro di benessere a sé e alla sua famiglia e non per finanziare i forestali calabresi. Tutta la storia della Lega, fatta sì di tanta generosità iniziale, ma anche di volgarità, doppiezza politica e messaggi imbarazzanti, sembra costruita ad arte per fare di Lepore e Huang dei nemici e quindi rendere la via della libertà autenticamente impraticabile.

L’efficacia delle prospettive politiche indipendentiste parte dalla capacità di parlare al Veneto e alla Lombardia reali, costituite da milioni di individui con tutte le loro storie personali e i loro cromosomi puri o meticci e un solo problema: l’Italia.

La commozione di Beltraminelli e la voce rotta dall’emozione di Norman Gobbi

image

I funerali di Michele Barra. ASCONA – Piove su Ascona. E quelle gocce sembrano lacrime cadute dal cielo. Piangono Michele Barra, il ministro pragmatico, stroncato da un cancro fulminante domenica scorsa. L’ultimo saluto, il funerale di Stato, in una chiesa del Collegio Papio gremita fino all’inverosimile. Centinaia i presenti accorsi per rendere omaggio al direttore del Dipartimento del territorio, l’uomo che in pochi mesi di Governo si era fatto conoscere per le sue idee chiare e i suoi modi diretti.
Sull’altare, a presiedere la cerimonia funebre, c’è don Samuele Tamagni, giovane sacerdote, amico di Barra. Era stato lo stesso ministro a chiedere che a celebrare il funerale fosse don Samuele. In prima fila, i figli, di cui Barra era parecchio orgoglioso. Giada, Jessica, Kevin. Fa impressione rivederli tutti insieme a neanche sei mesi di distanza da quel felice 30 aprile, il giorno in cui il loro papà, a Bellinzona, entrava ufficialmente in Consiglio di Stato.

E quando don Samuele prende la parola per raccontare l’ultimo incontro con Barra, un velo di commozione squarcia in due la chiesa asconese. “Quel giorno abbiamo discusso della vita e della morte. Della moglie e dei figli. La speranza segna il cammino dell’umanità, Michele era alla ricerca del volto di Dio”. Poche parole pronunciate da questo giovane prete, poco più che trentenne. Ma forti. Significative.

Poi tocca al sindaco di Ascona, Luca Pissoglio, raccontare il ‘suo’ Michele Barra. “Caro Michele, sei stato un grande asconese. Hai fatto tantissimo per i giovani e per lo sport. Ti piangeva il cuore vedere giovani senza lavoro. Proponevi al Municipio di assumerli, anche se non ce n’era bisogno. E se non si poteva, li prendevi tu, nella tua ditta. E quando quest’estate, da Consigliere di Stato, hai pagato di tasca tua lo studio sui padroncini, non ero sorpreso”.

Alessandro Del Bufalo, presidente del Gran Consiglio, pone l’accento sul destino beffardo che ha colpito Barra. “Dapprima la grande opportunità di diventare consigliere di Stato. Poi la tremenda malattia”. E sottolinea: “Michele è stato un buon consigliere di Stato. Quel suo modo di essere così naturale, molto vicino ai cittadini, ha contribuito a rendere Michele simpatico e amato dalla gente. Solo negli ultimi giorni del suo calvario, ha rassegnato un congedo. Michele se n’è andato in punta di piedi e ha lasciato un vuoto enorme”.

Di lì a poco all’altare sale anche Paolo Beltraminelli, presidente del Consiglio di Stato. Il suo è un discorso bagnato dall’emozione. “A volte ci si chiede se la vita non sia troppo crudele per essere amata. Michele però è stato un grande esempio. In questi mesi di lavoro in Governo ci hai insegnato cosa è la passione. Ci hai insegnato che la passione dona energia. Tu avevi passione per la famiglia, per il lavoro, per i viaggi, per lo sport. Avevi una spinta trainante. Il giorno del tuo insediamento in consiglio di Stato eri felice come un bambino”.

Norman Gobbi, il secondo ministro leghista in Governo, è stato tra i primi a sapere della malattia di Barra. “L’ultimo incontro l’abbiamo avuto una settimana fa all’ospedale, con il cancelliere Giampiero Gianella. Ci siamo messi a piangere. Ci rendevamo conto di come stava andando il destino. Michele non ha mai mollato, neanche quando la malattia si era fatta devastante. D’altra parte era sempre stato vicino alla gente. Ha dato più di quanto gli è stato dato. Michele è sempre stato ‘il Michele’. Non gli piacevano i titoli, le cose troppo istituzionali. Era uno pratico. Peccato che qualcuno ha voluto abusare della sua bontà. Gente che non merita rispetto”.

La bandiera della Confederazione, quelle del Cantone, del Comune di Ascona, della Lega dei Ticinesi abbracciano la bara del ministro del territorio. Attorno un silenzio struggente, rotto solo dalle note dei violini di due ragazzi. Gli stessi che erano presenti alla cerimonia di insediamento di Michele Barra in Governo, a fine aprile. Riaffiorano i ricordi di sei mesi vissuti come sul set di un film. Senza lieto fine.

Il feretro che abbandona la chiesa. I famigliari che escono in silenzio. Parte il corteo funebre, verso il crematorio di Riazzino. La pioggia continua a scendere. Incessante. Il cielo sopra Ascona non smette di piangere il suo Consigliere di Stato.

http://www.tio.ch/News/Ticino/760989/I-funerali-di-Michele-Barra/Mobile